Per un'apertura della Musica di Tradizione
Inviato: 1 aprile 2009, 20:16
Alcune considerazioni a partire dall'articolo di Lomax tradotto su questo forum da March...
Ad una lettura veloce della traduzione di “Saga di un cacciatore di canti popolari
Un Odissea di vent’anni con Cilindri, Dischi e Nastri
di Alan Lomax. "HiFi Stereo Review", Maggio 1960.” che March e altri hanno gentilmente pubblicato su pizzicata, un particolare salta subito all’occhio: la sua estrema attualità. Il che rende la nostra situazione di italiani del 21° secolo alquanto deprecabile. Mi riferisco in particolare a passaggi quali: “La maggior parte dei musicisti delle città considerano i canti delle vicine campagne con una crescente avversione altrettanto forte a quella che i borghesi neri americani sentono per i genuini canti popolari del profondo sud”. Ebbene, credo che in Italia la stragrande maggioranza della gente (ahimè musicisti inclusi) abbia un concetto ancora molto vago – nonostante la sempre crescente popolarità delle nostre musiche di tradizione – di quello che si nasconde dietro il termine “tarantella” (e rimaniamo nel generico). La situazione peggiora se iniziamo ad usare termini più specifici (pizzica, saltarello, giuglianese canto alla stisa, fronna ecc.ecc.). Ebbene, ciò che trovo di assurdo è come sia potuto accadere che si sia creato, nell’ambiente della musica italiana dagli anni ’40 in poi, un vero e proprio “nuovo strato” che si è letteralmente superposto al precedente – formato dal ricco substrato delle nostre musiche e canti popolari e di tradizione – senza che tra i due ci sia stata una pur minima contaminazione, degli scambi, delle intersezioni, delle sfumature. Tutto ciò fino ai giorni nostri, giorni in cui, dopo uno sfruttamento forse esagerato della musica detta di tradizione (sotto nuove forme che invece di tradizionale hanno ben poco), si assiste, da parte di pochissimi, a dei timidi tentativi di creazione di un genere (chiamiamolo World per comodità) che attinga dal ricchissimo patrimonio tradizionale per sfociare, naturalmente (e non forzatamente, come invece molti hanno fatto cercando di raggaezzare, elettrizzare, jazzizzare a tutti i costi la pizzica) verso sonorità più moderne, accattivanti, orecchiabili per i giovani (ma non solo) dei giorni nostri. Perché, dal mio punto di vista, non ha alcun senso cercare di conservare integre le proprie tradizioni (diciamo anche musealizzarle, imprimendo definitivamente su un supporto fisso qualcosa che invece è e dovrebbe essere estremamente vivo, mutabile, in evoluzione) se poi il mondo circostante le ignora del tutto, e non assorbe questa ricchezza per dar vita a forme d’arte che siano ATTUALI. Perché non si può vivere nel passato, e tanto meno nel ricordo e nella nostalgia del passato. E quando parlo di mondo circostante, non mi riferisco alla piccola cerchia degli interessati e dei super appassionati di tradizione. Mi riferisco agli altri 60 milioni di Italiani (è un fatto ormai che ci sia un popolo dei “nostalgici”, nel quale mi ci trovo spesso anch’io, che non fa altro che girare per feste tradizionali, e che spesso si trova ad ANIMARE queste feste “tradizionali”, snaturalizzandole e rendendole, in fin dei conti, monotone e ripetitive. Ultimamente, diciamolo, da San Rocco a Montemarano a Cardeto si vedono sempre le stesse, le solite facce.). E di questo, noto che se n’era già reso conto Alain Lomax, quando per esempio, citando sempre la traduzione di March, dice:
“E la Radio Italiana, fedele ai suoi obblighi con Tin Pan Alley, mette in onda un menu di musica pop napoletana e di jazz americano ogni giorno nelle migliori fasce orarie. È semplicemente naturale che i musicisti popolari di paese, dopo una certa esposizione agli schermi televisivi o agli altoparlanti della RAI, possano iniziare a perdere sicurezza nella loro tradizione. Un giorno in cui faceva molto caldo, nell’ufficio del direttore artistico dei programmi di Radio Roma, persi la pazienza e lo accusai di essere direttamente responsabile di distruggere la musica popolare della sua Nazione, la più ricca eredità nel suo genere in tutta l’Europa occidentale. Contro questa persona di grande carisma, sfogai tutta la disperata rabbia che nutrivo per la nostra cosiddetta civilizzazione, una spietata azione di vendita che sta spazzando via dal mondo la memoria di tutti i modelli culturali non conformisti.”
Ebbene, cosa c’è di più attuale? Dopo 50 anni, e la scoperta del valore che hanno le nostre “e le altrui tradizioni”, è restato tutto come prima. Niente spazio in radio, niente spazio in tv, niente sovvenzioni per spettacoli e concerti dal vivo. Niente di niente. Solo qualche programma televisivo idiota che, con la scusa del cibo e del vino, mette in mostra le belle chiappe di una neotarantata da gruppo folk. E spettacolini del genere. Nella cultura, come nella politica, come nell’arte, come nella storia, siamo rimasti fermi agli anni ’50. Che sono anche il limite per cui anche all’estero siamo tenuti in considerazione. Perché, se fosse per noi contemporanei, saremmo famosi solo per aver votato al governo una specie di dittatore e per aver vinto qualche (in realtà solo un paio) coppa del mondo di calcio.
Tutto ciò acquista più valore alla luce di eventi estremamente interessanti, come quello appena trascorso in Puglia relativo all’inaugurazione ed all’apertura al pubblico dell’archivio sonoro. Ecco, il mio augurio è che questo archivio “chiuso tra quattro mura”, in cui è “rinchiuso”, o, meglio, racchiuso gran parte di ciò che ci resta del nostro patrimonio musicale, “esploda” figurativamente in un apertura che renda attuale ciò che per i nostri antenati era “attuale”. Un archivio insomma che appartenga a tutti noi (a chi ascolta ed a chi fa musica) come le nostre tradizioni, e che non diventi solo meta di ricercatori (e sedicenti tali).
Io guardo con molto piacere – qui da Parigi, città in cui mi trovo attualmente – a certa musica con basi fortemente popolari e tradizionali come i generi “klezmer”, o a molta della musica “balcanica” o rumena, a tantissima musica africana e sudamericana, ed anche alla musica locale (il trad, come lo chiamano qui), che ha saputo mantenersi viva e rinnovarsi (e mi riferisco anche al rinnovo di stili, di strumenti, di voci) naturalmente, senza forzature, senza esagerazioni. Creando, appunto, dei “generi” che possono definirsi tradizionali o contemporanei allo stesso tempo, e che attirano nei bar, nelle sale di concerto, nei festival, un pubblico vasto ed estremamente eterogeneo e non formato solo da “chi ne sa”, o da “chi sa ballare”. Come non pensare agli arrangiamenti di Bregovic, all’utilizzo massiccio di tastiere, sax, fisarmoniche (strumento giovanissimo e tecnologicamente sofisticato) nella musica balcanica e rumena. O all’ “autorialità di tradizione” di molta della musica mediorientale (libanese ad es.), africana, nordafricana (ad es. la musica kabil!) o sudamericana dei giorni nostri. In definitiva, penso un po’ a noi italiani come a dei geni repressi, repressi da noi stessi. Ci divertiamo ad imporci dei limiti, spesso a causa della pigrizia di chi quei limiti non vuole superarli. Insomma, avremmo potuto e possiamo fare di più per la nostra musica di tradizione (e forse lo avremmo fatto “facendo di meno”)… possiamo innanzitutto suonarla. Ma non nel modo “museale” che spesso ci ha contraddistinto finora, bensì cercando di entrare nell’atmosfera di naturale ed ingenua creatività che contraddistingueva chi questa musica la faceva (e la fa ancora) pensando ad essa non in termini di “musica tradizionale”, o “popolare”, bensì di MUSICA tout court.
Ad una lettura veloce della traduzione di “Saga di un cacciatore di canti popolari
Un Odissea di vent’anni con Cilindri, Dischi e Nastri
di Alan Lomax. "HiFi Stereo Review", Maggio 1960.” che March e altri hanno gentilmente pubblicato su pizzicata, un particolare salta subito all’occhio: la sua estrema attualità. Il che rende la nostra situazione di italiani del 21° secolo alquanto deprecabile. Mi riferisco in particolare a passaggi quali: “La maggior parte dei musicisti delle città considerano i canti delle vicine campagne con una crescente avversione altrettanto forte a quella che i borghesi neri americani sentono per i genuini canti popolari del profondo sud”. Ebbene, credo che in Italia la stragrande maggioranza della gente (ahimè musicisti inclusi) abbia un concetto ancora molto vago – nonostante la sempre crescente popolarità delle nostre musiche di tradizione – di quello che si nasconde dietro il termine “tarantella” (e rimaniamo nel generico). La situazione peggiora se iniziamo ad usare termini più specifici (pizzica, saltarello, giuglianese canto alla stisa, fronna ecc.ecc.). Ebbene, ciò che trovo di assurdo è come sia potuto accadere che si sia creato, nell’ambiente della musica italiana dagli anni ’40 in poi, un vero e proprio “nuovo strato” che si è letteralmente superposto al precedente – formato dal ricco substrato delle nostre musiche e canti popolari e di tradizione – senza che tra i due ci sia stata una pur minima contaminazione, degli scambi, delle intersezioni, delle sfumature. Tutto ciò fino ai giorni nostri, giorni in cui, dopo uno sfruttamento forse esagerato della musica detta di tradizione (sotto nuove forme che invece di tradizionale hanno ben poco), si assiste, da parte di pochissimi, a dei timidi tentativi di creazione di un genere (chiamiamolo World per comodità) che attinga dal ricchissimo patrimonio tradizionale per sfociare, naturalmente (e non forzatamente, come invece molti hanno fatto cercando di raggaezzare, elettrizzare, jazzizzare a tutti i costi la pizzica) verso sonorità più moderne, accattivanti, orecchiabili per i giovani (ma non solo) dei giorni nostri. Perché, dal mio punto di vista, non ha alcun senso cercare di conservare integre le proprie tradizioni (diciamo anche musealizzarle, imprimendo definitivamente su un supporto fisso qualcosa che invece è e dovrebbe essere estremamente vivo, mutabile, in evoluzione) se poi il mondo circostante le ignora del tutto, e non assorbe questa ricchezza per dar vita a forme d’arte che siano ATTUALI. Perché non si può vivere nel passato, e tanto meno nel ricordo e nella nostalgia del passato. E quando parlo di mondo circostante, non mi riferisco alla piccola cerchia degli interessati e dei super appassionati di tradizione. Mi riferisco agli altri 60 milioni di Italiani (è un fatto ormai che ci sia un popolo dei “nostalgici”, nel quale mi ci trovo spesso anch’io, che non fa altro che girare per feste tradizionali, e che spesso si trova ad ANIMARE queste feste “tradizionali”, snaturalizzandole e rendendole, in fin dei conti, monotone e ripetitive. Ultimamente, diciamolo, da San Rocco a Montemarano a Cardeto si vedono sempre le stesse, le solite facce.). E di questo, noto che se n’era già reso conto Alain Lomax, quando per esempio, citando sempre la traduzione di March, dice:
“E la Radio Italiana, fedele ai suoi obblighi con Tin Pan Alley, mette in onda un menu di musica pop napoletana e di jazz americano ogni giorno nelle migliori fasce orarie. È semplicemente naturale che i musicisti popolari di paese, dopo una certa esposizione agli schermi televisivi o agli altoparlanti della RAI, possano iniziare a perdere sicurezza nella loro tradizione. Un giorno in cui faceva molto caldo, nell’ufficio del direttore artistico dei programmi di Radio Roma, persi la pazienza e lo accusai di essere direttamente responsabile di distruggere la musica popolare della sua Nazione, la più ricca eredità nel suo genere in tutta l’Europa occidentale. Contro questa persona di grande carisma, sfogai tutta la disperata rabbia che nutrivo per la nostra cosiddetta civilizzazione, una spietata azione di vendita che sta spazzando via dal mondo la memoria di tutti i modelli culturali non conformisti.”
Ebbene, cosa c’è di più attuale? Dopo 50 anni, e la scoperta del valore che hanno le nostre “e le altrui tradizioni”, è restato tutto come prima. Niente spazio in radio, niente spazio in tv, niente sovvenzioni per spettacoli e concerti dal vivo. Niente di niente. Solo qualche programma televisivo idiota che, con la scusa del cibo e del vino, mette in mostra le belle chiappe di una neotarantata da gruppo folk. E spettacolini del genere. Nella cultura, come nella politica, come nell’arte, come nella storia, siamo rimasti fermi agli anni ’50. Che sono anche il limite per cui anche all’estero siamo tenuti in considerazione. Perché, se fosse per noi contemporanei, saremmo famosi solo per aver votato al governo una specie di dittatore e per aver vinto qualche (in realtà solo un paio) coppa del mondo di calcio.
Tutto ciò acquista più valore alla luce di eventi estremamente interessanti, come quello appena trascorso in Puglia relativo all’inaugurazione ed all’apertura al pubblico dell’archivio sonoro. Ecco, il mio augurio è che questo archivio “chiuso tra quattro mura”, in cui è “rinchiuso”, o, meglio, racchiuso gran parte di ciò che ci resta del nostro patrimonio musicale, “esploda” figurativamente in un apertura che renda attuale ciò che per i nostri antenati era “attuale”. Un archivio insomma che appartenga a tutti noi (a chi ascolta ed a chi fa musica) come le nostre tradizioni, e che non diventi solo meta di ricercatori (e sedicenti tali).
Io guardo con molto piacere – qui da Parigi, città in cui mi trovo attualmente – a certa musica con basi fortemente popolari e tradizionali come i generi “klezmer”, o a molta della musica “balcanica” o rumena, a tantissima musica africana e sudamericana, ed anche alla musica locale (il trad, come lo chiamano qui), che ha saputo mantenersi viva e rinnovarsi (e mi riferisco anche al rinnovo di stili, di strumenti, di voci) naturalmente, senza forzature, senza esagerazioni. Creando, appunto, dei “generi” che possono definirsi tradizionali o contemporanei allo stesso tempo, e che attirano nei bar, nelle sale di concerto, nei festival, un pubblico vasto ed estremamente eterogeneo e non formato solo da “chi ne sa”, o da “chi sa ballare”. Come non pensare agli arrangiamenti di Bregovic, all’utilizzo massiccio di tastiere, sax, fisarmoniche (strumento giovanissimo e tecnologicamente sofisticato) nella musica balcanica e rumena. O all’ “autorialità di tradizione” di molta della musica mediorientale (libanese ad es.), africana, nordafricana (ad es. la musica kabil!) o sudamericana dei giorni nostri. In definitiva, penso un po’ a noi italiani come a dei geni repressi, repressi da noi stessi. Ci divertiamo ad imporci dei limiti, spesso a causa della pigrizia di chi quei limiti non vuole superarli. Insomma, avremmo potuto e possiamo fare di più per la nostra musica di tradizione (e forse lo avremmo fatto “facendo di meno”)… possiamo innanzitutto suonarla. Ma non nel modo “museale” che spesso ci ha contraddistinto finora, bensì cercando di entrare nell’atmosfera di naturale ed ingenua creatività che contraddistingueva chi questa musica la faceva (e la fa ancora) pensando ad essa non in termini di “musica tradizionale”, o “popolare”, bensì di MUSICA tout court.