PROPOSTA : UN' AREA RISERVATA AI RACCONTI
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visto che Danzerino me l'ha chiesto, visto che quello che sto facendo non lo riesco a fare, visto che per fare quello che sto facendo mi sono andato a rileggere cose vecchie, visto che fra le cose vecchie che ho scritto ho trovato questo! mo' lo mando in onda.
Avvertenza: non é scritto per l'occasione, é riciclato.
E non parla manco di musica.
RACCONTO SCRITTO DA RAHELI IL 2 GENNAIO 2000. SALVATO ALLE 02:16 (ah, quando non si dorme che brutta storia!)
Non se lo ricordava più , ma quella notte gliene portò il ricordo.
Nel sogno si ritrovò ragazzetto, tutto ossa, come realmente era stato, con le ginocchia continuamente sbucciate e piene di lividi, le lunghe gambe magre ed i capelli arruffatti. Nel sogno era mattina presto e lui si era alzato furtivo ed era corso fuori di casa, infilandosi la camicia nei pantaloni. Un senso di urgenza gli stringeva il cuore, quello che cercava era stato scoperto in gruppo la sera prima, quando era troppo buio per prenderlo, ma stamattina chi si fosse alzato più presto se ne sarebbe impadronito.
Era convinto che sarebbe stato lui, gli altri eran troppo pigri.
Corse nella chiara luce dell alba, fra la rugiada ed i primi canti degli uccelli, aspirò l aria profumata, e mentre le sue gambe stecche macinavano la distanza esultava. Arrivò presto, il grande albero di fico era lì e non si vedeva nessuno, svelto si arrampicò, nà© si fece intimidire da un passaggio difficile sui rami, ben altri alberi aveva conquistato, figurarsi se si lasciava intimidire da un fico con i rami bassi e pieno di appoggi. Ma era lì che c era il tesoro scoperto la sera prima: un nido.
Ora era lì davanti a lui, e ci calò dentro la mano, non sapeva ancora se le uova si fossero già schiuse e ci fossero i pulcini, le vere prede ambite, da crescere in gabbia, da scambiare o da vendere, il Tesoro. Sentì muoversi qualcosa sotto la mano, sì, erano già nati, e strinse il pugno su quella vita. Era strano però, freddo e duro, tirò fuori la mano e vide cosa aveva preso, un essere nero e lungo e sottile che si contorceva, non un pulcino morbido e caldo, un nero e freddo serpente, che già gli si avvolgeva al braccio, e che, arrivato al Tesoro prima di lui, aveva mangiato gli uccellini.
Un urlo e mollare il serpe, cadere giù dall albero schiantando rami, rialzarsi e scappar via fu un tutt uno. Corse come mai, corse lontano dalla morte degli uccelli e dalla sua, corse via dal diavolo verso la salvezza del suo letto, in quella luce chiara, corse, corse a perdifiato, incespicando e sbagliando strada, ma, già lontano, credendosi al sicuro si voltò indietro e vide. Vide qualcosa che gli fece accaponare la pelle e raddoppiare la velocità , il serpe tenendosi la coda in bocca formava un cerchio, e come fosse una ruota gli correva dietro. Corse da non capir più nulla e si svegliò.
Era ancora notte, ed in quella calda notte di giugno il letto era intriso di sudore, dovuto al caldo, sì, ma di più all incubo.
Aveva dimenticato. Mai aveva ricordato quell episodio, ricordava solo perchà© glielo avevano raccontato più volte, di essere tornato a casa sporco e stracciato, due giorni dopo, mentre tutti lo cercavano, sicuri, ormai di trovarlo morto, col collo spezzato, caduto da un albero, o peggio, portato via chissà dove e chissà da chi. Fu accolto come il figliol prodigo, lavato in acqua calda, messo a letto e rifocillato con un brodo di piccione, alle domande non aveva risposto. Non sapeva.
Ma ora, a vent anni di distanza aveva ricordato qualcosa, grazie al sogno, e sentiva sulla pelle e nel cuore tutte quelle senzazioni, l aria fresca, il contatto con l essere nero, la terribile ruota che gli andava dietro. Era tutto vero, gli venivano in mente tutti i particolari, la sensazione della paglia del nido, i graffi mentre cadeva dall albero, il lucicchio delle squame nere al primo sole, mentre il serpe gli rotolava dietro.
Riuscii a calmare il battito del suo cuore, pian piano e lentamente si riaddormentò senza più sogni.
Quando si alzò la mattina dopo il ricordo del sogno, in realtà il ricordo recuperato dall oblio grazie al sogno, era ancora vivido, ma lavandosi già cominciava a chiedersi se quello che ricordava di aver visto potesse essere vero o fosse frutto del suo terrore. Il serpente, uno "scurzune", una biscia nera innocua, non avrebbe potuto fare quello che lui credeva di ricordare, l impressione di averlo afferrato, il vederlo avvolgersi a suo braccio, dovevano aver fatto il resto ed avergli fatto inventare tutto, senza dubbio era così, ed in quel giugno caldo, che dopo vent anni gli aveva restituito quel ricordo, fra le erbe ormai gialle sul ciglio della strada, con il cuore ormai calmo e la mente già concentrata sul lavoro della giornata, uscì di casa, e voltò l angolo tranquillo e beato, e non sentì nà© vide quel camion che silenzioso, rotolando su ruote nere come scurzuni, inseguito dal padrone che invano cercava di risalirci sopra per frenarlo, imboccata la discesa, gli si schiantò addosso.
Si accorse quasi di nulla, solo una gran botta e più niente, ma avesse voltato lo sguardo come anni prima, avesse avuto il cuore inquieto come da ragazzo, avesse girato la testa indietro, quel gran camion, nero su ruote nere come scurzuni, non gli sarebbe parso dissimile dal mostro del suo incubo, che per avvertirlo, era tornato in sogno.
Questo messaggio é stato modificato da: raheli, 30 Mag 2005 - 10:21 [addsig]
Avvertenza: non é scritto per l'occasione, é riciclato.
E non parla manco di musica.
RACCONTO SCRITTO DA RAHELI IL 2 GENNAIO 2000. SALVATO ALLE 02:16 (ah, quando non si dorme che brutta storia!)
Non se lo ricordava più , ma quella notte gliene portò il ricordo.
Nel sogno si ritrovò ragazzetto, tutto ossa, come realmente era stato, con le ginocchia continuamente sbucciate e piene di lividi, le lunghe gambe magre ed i capelli arruffatti. Nel sogno era mattina presto e lui si era alzato furtivo ed era corso fuori di casa, infilandosi la camicia nei pantaloni. Un senso di urgenza gli stringeva il cuore, quello che cercava era stato scoperto in gruppo la sera prima, quando era troppo buio per prenderlo, ma stamattina chi si fosse alzato più presto se ne sarebbe impadronito.
Era convinto che sarebbe stato lui, gli altri eran troppo pigri.
Corse nella chiara luce dell alba, fra la rugiada ed i primi canti degli uccelli, aspirò l aria profumata, e mentre le sue gambe stecche macinavano la distanza esultava. Arrivò presto, il grande albero di fico era lì e non si vedeva nessuno, svelto si arrampicò, nà© si fece intimidire da un passaggio difficile sui rami, ben altri alberi aveva conquistato, figurarsi se si lasciava intimidire da un fico con i rami bassi e pieno di appoggi. Ma era lì che c era il tesoro scoperto la sera prima: un nido.
Ora era lì davanti a lui, e ci calò dentro la mano, non sapeva ancora se le uova si fossero già schiuse e ci fossero i pulcini, le vere prede ambite, da crescere in gabbia, da scambiare o da vendere, il Tesoro. Sentì muoversi qualcosa sotto la mano, sì, erano già nati, e strinse il pugno su quella vita. Era strano però, freddo e duro, tirò fuori la mano e vide cosa aveva preso, un essere nero e lungo e sottile che si contorceva, non un pulcino morbido e caldo, un nero e freddo serpente, che già gli si avvolgeva al braccio, e che, arrivato al Tesoro prima di lui, aveva mangiato gli uccellini.
Un urlo e mollare il serpe, cadere giù dall albero schiantando rami, rialzarsi e scappar via fu un tutt uno. Corse come mai, corse lontano dalla morte degli uccelli e dalla sua, corse via dal diavolo verso la salvezza del suo letto, in quella luce chiara, corse, corse a perdifiato, incespicando e sbagliando strada, ma, già lontano, credendosi al sicuro si voltò indietro e vide. Vide qualcosa che gli fece accaponare la pelle e raddoppiare la velocità , il serpe tenendosi la coda in bocca formava un cerchio, e come fosse una ruota gli correva dietro. Corse da non capir più nulla e si svegliò.
Era ancora notte, ed in quella calda notte di giugno il letto era intriso di sudore, dovuto al caldo, sì, ma di più all incubo.
Aveva dimenticato. Mai aveva ricordato quell episodio, ricordava solo perchà© glielo avevano raccontato più volte, di essere tornato a casa sporco e stracciato, due giorni dopo, mentre tutti lo cercavano, sicuri, ormai di trovarlo morto, col collo spezzato, caduto da un albero, o peggio, portato via chissà dove e chissà da chi. Fu accolto come il figliol prodigo, lavato in acqua calda, messo a letto e rifocillato con un brodo di piccione, alle domande non aveva risposto. Non sapeva.
Ma ora, a vent anni di distanza aveva ricordato qualcosa, grazie al sogno, e sentiva sulla pelle e nel cuore tutte quelle senzazioni, l aria fresca, il contatto con l essere nero, la terribile ruota che gli andava dietro. Era tutto vero, gli venivano in mente tutti i particolari, la sensazione della paglia del nido, i graffi mentre cadeva dall albero, il lucicchio delle squame nere al primo sole, mentre il serpe gli rotolava dietro.
Riuscii a calmare il battito del suo cuore, pian piano e lentamente si riaddormentò senza più sogni.
Quando si alzò la mattina dopo il ricordo del sogno, in realtà il ricordo recuperato dall oblio grazie al sogno, era ancora vivido, ma lavandosi già cominciava a chiedersi se quello che ricordava di aver visto potesse essere vero o fosse frutto del suo terrore. Il serpente, uno "scurzune", una biscia nera innocua, non avrebbe potuto fare quello che lui credeva di ricordare, l impressione di averlo afferrato, il vederlo avvolgersi a suo braccio, dovevano aver fatto il resto ed avergli fatto inventare tutto, senza dubbio era così, ed in quel giugno caldo, che dopo vent anni gli aveva restituito quel ricordo, fra le erbe ormai gialle sul ciglio della strada, con il cuore ormai calmo e la mente già concentrata sul lavoro della giornata, uscì di casa, e voltò l angolo tranquillo e beato, e non sentì nà© vide quel camion che silenzioso, rotolando su ruote nere come scurzuni, inseguito dal padrone che invano cercava di risalirci sopra per frenarlo, imboccata la discesa, gli si schiantò addosso.
Si accorse quasi di nulla, solo una gran botta e più niente, ma avesse voltato lo sguardo come anni prima, avesse avuto il cuore inquieto come da ragazzo, avesse girato la testa indietro, quel gran camion, nero su ruote nere come scurzuni, non gli sarebbe parso dissimile dal mostro del suo incubo, che per avvertirlo, era tornato in sogno.
Questo messaggio é stato modificato da: raheli, 30 Mag 2005 - 10:21 [addsig]
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Nel caso ci fossero dei bambini a cui piacciono ancora le favole, questa é nata con un convulso scambio di sms Martino e il suo tamburoCera una volta il bosco fiabesco, dove erano nati cinque alberi con i rami ricurvi,tanto ricurvi che la cima del ramo toccava la base.Martino il boscaiolo li guardava e pensava : " Cosa mai ne farò di questi alberi, non sono utili per farne sedie, perchà© occorrono dei legni dritti, meno che mai per i tavoli, cosa mai nà© farò!!"Decise allora di tagliarne uno e di osservarlo, e pensa che ripensa, pensa che ripensa, gli venne un idea :" Certo!! Posso costruire una cornice tonda per il quadro di mia moglie, che é da tanto tempo che me lo chiede, o ancora ne posso fare un altra per lo specchio!"Nel frattempo si era scatenato un gran temporale nel bosco, e a Martino piaceva molto sentire il rumore dei tuoni, se ne stava rannicchiato sotto un albero, ascoltava i tuoni e ne rifaceva il rumore :" Bran, bran, sbarabran!"Finito il temporale riprese la strada di casa, e vide con stupore che un fulmine aveva scoperto la povera Cipina, Cipina era la sua capretta preferita quella con cui giocava sempre, negli ultimi tempi si era molto ammalata, finche un giorno la trovò distesa nel fienile che non rispondeva più al suo padrone.L aveva sepolta nel bosco, ma adesso che un fulmine l aveva scoperta vide che la pelle di Cipina, stando sotto la terra e le foglie, aveva perso completamente il pelo ed era diventata morbidissima, Martino aveva ancora in mano il suo ramo ricurvo e, guardando la pelle della sua capretta, gli venne un idea :" Ma certo posso usare la pelle di Cipina per farne un tamburo, così porterò sempre con me la mia povera capretta e potrò fare il rumore dei tuoni ogni volta che lo desideri! " Allora prese la pelle, la posò sul ramo ricurvo, ma ..questa non reggeva, ci voleva qualcosa di simile alla colla, si ricordò di una crema dorata che usciva dalle ferite degli alberi, e di quella volta che nel prenderla si era quasi incollate le mani.Si mise alla ricerca della resina guardando i tronchi, un piccolo riflesso del sole appena uscito ne mise in risalto un grumo di quella crema, la prese con una foglia, la spalmò sul bordo del ramo ricurvo, posò sopra la pelle di Cipina e la legò con uno spago, ma il tamburo era molto molle, suonava poco, pensò di non aver fatto un buon lavoro, stanco per l intera notte passata a sentire i tuoni si addormentò sotto un albero lasciando il suo tamburo sotto i raggi del sole.Dormì per molto tempo, quando, verso il tramonto, fu svegliato da uno strano rumore, il tamburo rimasto al sole si era asciugato, la pelle si era tesa a tal punto che un leggero soffio di vento bastava per farlo suonare.Martino prese a fare salti di gioia, afferrò il tamburo e rifece il suono dei tuoni, e così facendo girò le campagne e il paese sotto la luce della prima luna.Per cui bambini quando sentite i tuoni non vi preoccupate, forse é Martino il boscaiolo che passa sotto casa vostra con il tamburo di Cipina.[addsig]
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FIGLIADELURE
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3360
Non sono d'accordo...ballare tutta una notte e il giorno dopo pizzica fa sentire dolore...é però un dolore che ti fa sentire viva...libera...Quest'anno a Galatina si sentirà la mia mancanza..maledetto esame di stato!!!!![addsig]
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FIGLIADELURE
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3361
Voglio raccontare questa storia perché non mi stanco mai di raccontarla...perché ho paura che un giorno queste emozioni possano scomparire! L'anno scorso io con due mie amiche tutte e tre da poco maggiorenni...il 27 giugno, da salerno...raccontammo a casa scuse assurde...tutto per andare in questo paesello chiamato Galatina dove c'é la chiesa sconsacrata a Santo Paulo! durante il viaggio immaginavamo di tutto, non eravamo mai state nel Salento ad una vera notte della taranta...con gli zaini in spalla, sotto un sole cocente, dunque eravamo pronte a dormire sul marciapiedi, senza un soldo, nella sporcizia delle strade...tutto per Santo Paulo e la taranta! eravamo eccitate... sentivamo quell'aria di festa prima ancora di arrivare! immaginate la nostra delusione quando dopo taanto cammino ci dissero che erano ormai anni che non si suonava e ballava più la notte di Santo Paulo..???dopo questa notizia si che ci pizzicò la taranta..che delusione!avevamo perso ormai ogni speranza oltre ai soldi e alla fatica del viaggio...eravamo pure stanche!non so come però poi cominciai a provare un tamburello di quelli delle bancarelle...ecco che come degli spettri cominciano a venir fuori...si forma una ronda di una decina di persone...eravamo già felici...pian piano...non so come, né quando, so solo che ad un certo punto il cerchio pullulava di tamburelli! ora non so spiegarvi, non so come rendervi partecipi delle emozioni che ho provato quella sera! fu stupendo non fermarsi per un secondo...ballare e poi suonare e poi cantare...quanto mi manca tutto ciò!psfortunatamente quella notte ci ospitò a dormire a casa sua il chitarrista dell'Officina Zoe..[addsig]
3375
Ciao FIGLIADELURE, Per prima cosa non posso "evitare" i convenevoli indispensabili: benvenuta nel forum.Davvero una bella storia la tua.Pero' non sono troppo d'accordo con il tuo post precedente, a me di ballare la pizzica mi bastano 5 minuti per essere soddisfatto invece di ballare la montemaranese non mi bastano tre giorni consecutivi. Gusti personali, forse.Saluti[addsig]
3411
Lu Cardillu Ci te ttroi a passare te la chiazza te AlessanuDopu ca ta chinu te balconate, curti, e casisheddhre piccinneCi sienti na ‘ndore de fame ca te sale sulla linguaSecuta lu profumu te mangiare ca sienti pe la strada Propriu annanzi alla chiazza nc é la putea dellu CardilluSignore de vecchi modi e antiche crianzeE fra purpette, cucummarazzi e pezzetti de cavalluTe pare ca sienti uci de casa intru ddhre antiche stanze Te pare, quandu te sietti fore, ca sta mangi allu friscu.Comu se facia a tiempi ca tutti cacciavanu na taulaE se mangiava ammienzu alla via amparuE le petre te la strada parlanu ancora "Cummare ieni, ssaggia sta pezza de casu ca é speciale"" Tieni te portu le prime fiche te Sangiuanni ca m ha purtate lu miu bene "Cussì nascianu amori e passavanu li litecamentiLi carusieddhri se scangiavanu li primi baci e le carizze Tuttu quistu se sente ancora ddhrai allu CardilluSignore te vecchi modi e antiche crianzeCa scusu intru a na stradina te AlessanuInche te piacere li cori e le panze. [addsig]
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FIGLIADELURE
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3415
Sarà perché non conosco bene la montemaranese...cioé non so ballarla bene però preferisco la pizzica!sono stata al carnevale di montemarano fu la mia prima festa..cioé la prima vera festa in un paese!fu bello perché la partecipazione non era di pochi "eletti" ma di tutto il paese, ragazzi e ragazze compresi! Sembrava di essere tornati nel passato ai tempi delle baccanalie..c'era un'euforia, dovuta anche al vino si, che anche se sobri trasportava in maniera sorprendente! in ogni caso io amo ogni cosa che abbia a che fare con la tradizione di tutte le nazionalità ![addsig]
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FIGLIADELURE
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3446
stanotte é capitato qualcosa di bellissimo nella mia città di sabato sera nella piazza dei tipi più in e fighetti!si é creata una ronda di pizzica!vabbé una rondella!ma mi accontento perché é davvero difficile vedere una cosa del genere nella mia città e soprattutto in quella piazza! peccato che stasera avevo..uà era tempo che non li mettevo-i tacchi!avrei voluto ballare scalza..ma nel vetro!!!uff..é stata una sensazione di dolce e di amaro assieme!NON AVEVO NEMMENO IL TAMBURELLO!!!!!!!!!!!!!! [addsig]
3497
Nel agosto del 2003, mi trovavo in vacanza a godermi il sole il mare ed il vento nella spiaggia di frassanito, quella spiggia con li campeggio rasta.Al ritorno dalla spiaggia verso la dimora situata nella frazione di Borgagne.Mi fermai all'igresso del piccolo borgo presso un negozietto, mentre gli altri amici continuarono in macchina verso l'alloggio.All'uscita dal negozio vidi due vecchiette in lontanaza sedute all'ingresso della porta di piccola casetta costituita dal solo piano terra.Mentre mi avvicinavo la parte razioneale della mente suggerva: perché non iniziare a fare quattro chiacchere per poi portare il discorso su quello che oggi va tanto di moda? Invece la parte irrazazionale, l'istinto, l'impulsività mi suggeriva incosciamente di proseguire dritto senza la minima esitazione, cosi' mi sembrava che i muscoli tendessero verso le due anziane signore ma, lo scheletro, le ossa non si muovevano di un millimetro dalla direzione dettata dall'inconscio, dall'anima; e questo effetto cresceva sempre piu' vertigionosamente, gli occhi seguivano i muscoli ma quelli dell'anima proseguivano dritti senza un attimo di esitazione. Il tempo sembrava esseresi fermato, il piccolo crocevia sembrava irrangiungibile: mi passavano per la mente le cose lette sui libri ma mai riscontrate di persona. Immaginavo i canti di qualche CD pseudo/tradizionale ma senza alcun riscontro reale. Finalmente arrivai al crocevia, svoltai e' tutto ritorno lentamente nella norma, i muscoli si riattaccarono alle ossa, i tendini ritornarono nelle loro normali posizioni, gli occhi ritornarono a guardare nella stessa direzione di quelli dell'anima.Tornato nel piccolo appartamentino mi sdraiai sul letto, la mente ritorno' sull'accaduto,chissa se mi fossi avvicinato cosa sarebbe successo: mi avrebbero mandato al famoso paese, sarei rimasto a parlare per ore o sarebbe finita come la storia di Filiadelure? Se fosse successo dalle mie parti quanti trucchetti avrei potuto escogitare per intavolare un discorso e portarlo nella direzione che io avrei voluto. Ma quelle persone non mi "appartenevano". Pensai, meglio avere una cultura superficiale legata a qualche lettura e qualche CD. Fino ad oggi non ho mai avuto rimorsi per come sono andate le cose.[addsig]
Il bellissimo racconto di Dada mi ha fatto venire voglia di condividere con voi una bella esperienza,a cui ho assistito e assisto tutte le volte che ne ho l'occasione. E uno dei tanti casi del potere della musica e del potere della NOSTRA musica in particolare.
Come si deve fare attenzione a non parlare delle tarantate in maniera felice,allegra e spensierata,perché hanno costituito per decenni occasione di dolore,sofferenza e dilapidazione dei patrimoni familiari,per la gente della NOSTRA terra,così accogliete ciò che sto per narrarvi come un "miracolo",un qualcosa di estremamente esaltante,costantemente legato ad una quotidianità fatta di fatica,stress e relizzazione della propria diversità .
HO VISTO...
Ho visto un gruppo di persone che mangiavano e bevevano allegramente prodotti della bella terra salentina attorno ad un tavolo, chiacchierando a bocca piena e brindando coi bicchieri stracolmi di quel vino rosso come il sangue dei nostri padri:"Quistu é vinu de Cutrufianu,fazzu nu brindisi..."
Sentivo gli odori intensi delle "purpette de carne de cavaddhru",dei "panzerotti",della "pitta de patate",dei salumi,delle "cicore creste" sfiorate da un filo d'olio "casaluru",dei "pezzetti"...
Già lo sapevo...lo scopo ultimo di quell'allegro convivio non era trovare l'estasi nel cibo,bensì mettere insieme più anime dannate dalla passione per la musica popolare.
Ero lì grazie alla mia voce,ero curioso di metterla a confronto e all'unisono con gli altri commensali,e anche loro avevano la mia stessa voglia.
C'era nella stanza qualcuno che da subito aveva catalizzato la mia attenzione:due bambini,gemelli tra l'altro,con problemi motori.
Non capivo cosa centrassero in quel contesto. A volte noi "normali"(che poi siamo più disabili dei diversamente abili veri,almeno psicologicamente spesso) abbiamo una sensazione di fastidio alla vista di questa "tipologia" di individui,oppure,al contrario,diamo subito a vedere di essere sensibili e ci avviciniamo,a questi estranei,facendogli carezze,mostrando pietà ,facendo versi e mugolii che in ugual modo faremmo al primo cane investito da un'auto per strada.
Io rimasi lì al mio posto, non sapevo come comportarmi,e la loro presenza sicuramente infuenzò la mià prestazione canora,alla fine della cena.
In seguito i convenuti a quell'incontro cominciarono a trovarsi assiduamente per esternare quel bagalio di canti, melodie,musiche,tradizioni,racconti ed esperienze che ognuno si portava appresso,da quando era nato.
Ne nacque una sorta di gruppo musicale senza un progetto o un programma ben preciso,ma con l'evidente voglia di stare insieme e condividere belle sensazioni.
Ma non erano solo questi i motivi fondanti di tale ensamble.
Presi confidenza con la madre dei bimbi,la mia corista preferita,e dopo un pò di tempo riuscì a trovare il coraggio di chiedergli cosa fosse successo ai suoi pargoli.
La risposta fu agghiacciante.
In grembo,erano completamente sani,ma nati prematuri,al momento del parto,i medici hanno sbagliato l'intervento,tardando a mettere i due piccolini nell'incubatrice. In più,i macchinari che servivano,erano distanti dalla sala parto e avevano a disposizione solo una culletta attrezzata per il trasporto dei nascituri. Risultato,per infiniti attimi,é mancato l'ossigeno alla testa dei bimbi,quell'aura vitale che avrebbe permesso che tutto funzionasse a dovere,e così il più fortunato(quello trasportato nella culletta) ha riportato solo la scarsa mobilità degli arti inferiori;l'altro e rimasto come un "tronco umano",senza l'uso della parola,ma capace di farsi intendere a suo modo.
"Errorre umano!!!",ho pensato con rabbia dentro di me,come si sente spesso ai telegiornali in occasioni di alcune catastrofi.
Ma da qui,la voglia di capire cosa centrassero in quel contesto.
La mamma mi disse:"quando tu canti,guarda i miei fgli!e allora capirai".
Non me n'ero mai accorto,preso dalla concentrazione e dall'enfasi della musica...
E fu così che ho visto...
Ho visto il bimbo che parla,prendere un tamburello e batterlo a tempo,accompagnando anche qualche mio stornello,ma soprattutto ho visto qualcosa di allucinante...
Ho visto un essere(l'altro bimbo),fino a pochi momenti prima,quasi inerme,assalito da qualcosa che gli faceva ribollire il sangue,cambiare colore ed espressione del volto, l'ho visto saltare(sostenuto dalla madre solo da sotto le ascelle)e gridare a suo modo,emettere come dei vagiti,dei mugolii,dei lamenti,non so se di dolore o di liberazione,ma sicuramente dei lamenti VIVI.
Stavamo suonando una pizzica,naturalmente.
Un angioletto "incollato" sul suo passeggino divenne in pochi attimi un diavolo famelico della sua danza,del suo movimento,del suo ESISTERE.
E continuai a cantare,fino a che io non ce la feci più...lui invece era lì,in un bagno di sudore,ma con la bocca spalancata a bavosa,in un'estasi gioiosa,che con gli occhi mi implorava di non smettere.
E il rito si ripete ogni volta che lui decide ci siano le persone e l'atmosfera giuste.
E' il "matto" che si riprende la sua personale rivincita su quell'"ERRORE UMANO",sulla "morte",sfiorata,accarezzata,ma a cui é stato dato un chiaro benservito,un "arrivederci al più tardi possibile",à© il "malato che si prende gioco della sua malattia",e per qualche istante dall'alto del suo "pulpito della sofferenza" da una lezione di vita impressionante a noi "normali", che normali non meritiamo di essere.
Non voglio fare paragoni azzardati,ma alla testa mi sono tornate le parole del "musico delle tarantate",il violinista-barbiere Luigi Stifani,quando diceva che "alla tarantata,non é che gli puoi imporre la tua musica;é lei che ti fa capire quello che gli devi suonare per farla ballare e liberarsi dal veleno".
Ed é così anche in questo caso,non tutte le melodie provocano lo stesso effetto nel bambino.
Quello che so dire é che é un'esperienza che mai mi sarei aspettato di fare nella mia vita.
Non c'é bisogno di avere una laurea in madicina per capire che questi momenti non possono fargli altro che bene.
Spesso quando lo vado a salutare,le sue braccia rigide e coi muscoli tesi,si sciolgono per un attimo,tanto per accogliere la mia testa e richiudersi nuovamente,come ad impadronirsi di me,a non volermi lasciare andare, a ringraziarmi di quegli attimi di "libertà "dalla sua prigione di immobilità ,che gli ho regalato,o meglio,che abbiamo condiviso.
Mi ritengo molto fortunato a vivere queste esperienze,ma non voglio spettacolarizzare ciò che vi ho descritto,voglio solo mettervi al corrente di questo nuovo aspetto del potere della musica.
Magari qualcuno avrà da ridire sul fatto che il racconto non abbia troppa attinenza con la "traccia" dettata da Danzerino,ma qui si parla di esperienze legate alla musica popolare,e questa, a mio avviso n'é legata in maniera viscerale.
Avevo un pò di ritegno nel parlare dell'argomento in rete,più che altro per paura di essere frainteso,ma ritengo i "commensali",al banchetto di pizzicata.it",troppo svegli e intelligenti per cadere in banali critiche e commenti fuorvianti.
Grazie Carlo che ci dai la possibilità di comunicare in questa "brigata di matti".
Come si deve fare attenzione a non parlare delle tarantate in maniera felice,allegra e spensierata,perché hanno costituito per decenni occasione di dolore,sofferenza e dilapidazione dei patrimoni familiari,per la gente della NOSTRA terra,così accogliete ciò che sto per narrarvi come un "miracolo",un qualcosa di estremamente esaltante,costantemente legato ad una quotidianità fatta di fatica,stress e relizzazione della propria diversità .
HO VISTO...
Ho visto un gruppo di persone che mangiavano e bevevano allegramente prodotti della bella terra salentina attorno ad un tavolo, chiacchierando a bocca piena e brindando coi bicchieri stracolmi di quel vino rosso come il sangue dei nostri padri:"Quistu é vinu de Cutrufianu,fazzu nu brindisi..."
Sentivo gli odori intensi delle "purpette de carne de cavaddhru",dei "panzerotti",della "pitta de patate",dei salumi,delle "cicore creste" sfiorate da un filo d'olio "casaluru",dei "pezzetti"...
Già lo sapevo...lo scopo ultimo di quell'allegro convivio non era trovare l'estasi nel cibo,bensì mettere insieme più anime dannate dalla passione per la musica popolare.
Ero lì grazie alla mia voce,ero curioso di metterla a confronto e all'unisono con gli altri commensali,e anche loro avevano la mia stessa voglia.
C'era nella stanza qualcuno che da subito aveva catalizzato la mia attenzione:due bambini,gemelli tra l'altro,con problemi motori.
Non capivo cosa centrassero in quel contesto. A volte noi "normali"(che poi siamo più disabili dei diversamente abili veri,almeno psicologicamente spesso) abbiamo una sensazione di fastidio alla vista di questa "tipologia" di individui,oppure,al contrario,diamo subito a vedere di essere sensibili e ci avviciniamo,a questi estranei,facendogli carezze,mostrando pietà ,facendo versi e mugolii che in ugual modo faremmo al primo cane investito da un'auto per strada.
Io rimasi lì al mio posto, non sapevo come comportarmi,e la loro presenza sicuramente infuenzò la mià prestazione canora,alla fine della cena.
In seguito i convenuti a quell'incontro cominciarono a trovarsi assiduamente per esternare quel bagalio di canti, melodie,musiche,tradizioni,racconti ed esperienze che ognuno si portava appresso,da quando era nato.
Ne nacque una sorta di gruppo musicale senza un progetto o un programma ben preciso,ma con l'evidente voglia di stare insieme e condividere belle sensazioni.
Ma non erano solo questi i motivi fondanti di tale ensamble.
Presi confidenza con la madre dei bimbi,la mia corista preferita,e dopo un pò di tempo riuscì a trovare il coraggio di chiedergli cosa fosse successo ai suoi pargoli.
La risposta fu agghiacciante.
In grembo,erano completamente sani,ma nati prematuri,al momento del parto,i medici hanno sbagliato l'intervento,tardando a mettere i due piccolini nell'incubatrice. In più,i macchinari che servivano,erano distanti dalla sala parto e avevano a disposizione solo una culletta attrezzata per il trasporto dei nascituri. Risultato,per infiniti attimi,é mancato l'ossigeno alla testa dei bimbi,quell'aura vitale che avrebbe permesso che tutto funzionasse a dovere,e così il più fortunato(quello trasportato nella culletta) ha riportato solo la scarsa mobilità degli arti inferiori;l'altro e rimasto come un "tronco umano",senza l'uso della parola,ma capace di farsi intendere a suo modo.
"Errorre umano!!!",ho pensato con rabbia dentro di me,come si sente spesso ai telegiornali in occasioni di alcune catastrofi.
Ma da qui,la voglia di capire cosa centrassero in quel contesto.
La mamma mi disse:"quando tu canti,guarda i miei fgli!e allora capirai".
Non me n'ero mai accorto,preso dalla concentrazione e dall'enfasi della musica...
E fu così che ho visto...
Ho visto il bimbo che parla,prendere un tamburello e batterlo a tempo,accompagnando anche qualche mio stornello,ma soprattutto ho visto qualcosa di allucinante...
Ho visto un essere(l'altro bimbo),fino a pochi momenti prima,quasi inerme,assalito da qualcosa che gli faceva ribollire il sangue,cambiare colore ed espressione del volto, l'ho visto saltare(sostenuto dalla madre solo da sotto le ascelle)e gridare a suo modo,emettere come dei vagiti,dei mugolii,dei lamenti,non so se di dolore o di liberazione,ma sicuramente dei lamenti VIVI.
Stavamo suonando una pizzica,naturalmente.
Un angioletto "incollato" sul suo passeggino divenne in pochi attimi un diavolo famelico della sua danza,del suo movimento,del suo ESISTERE.
E continuai a cantare,fino a che io non ce la feci più...lui invece era lì,in un bagno di sudore,ma con la bocca spalancata a bavosa,in un'estasi gioiosa,che con gli occhi mi implorava di non smettere.
E il rito si ripete ogni volta che lui decide ci siano le persone e l'atmosfera giuste.
E' il "matto" che si riprende la sua personale rivincita su quell'"ERRORE UMANO",sulla "morte",sfiorata,accarezzata,ma a cui é stato dato un chiaro benservito,un "arrivederci al più tardi possibile",à© il "malato che si prende gioco della sua malattia",e per qualche istante dall'alto del suo "pulpito della sofferenza" da una lezione di vita impressionante a noi "normali", che normali non meritiamo di essere.
Non voglio fare paragoni azzardati,ma alla testa mi sono tornate le parole del "musico delle tarantate",il violinista-barbiere Luigi Stifani,quando diceva che "alla tarantata,non é che gli puoi imporre la tua musica;é lei che ti fa capire quello che gli devi suonare per farla ballare e liberarsi dal veleno".
Ed é così anche in questo caso,non tutte le melodie provocano lo stesso effetto nel bambino.
Quello che so dire é che é un'esperienza che mai mi sarei aspettato di fare nella mia vita.
Non c'é bisogno di avere una laurea in madicina per capire che questi momenti non possono fargli altro che bene.
Spesso quando lo vado a salutare,le sue braccia rigide e coi muscoli tesi,si sciolgono per un attimo,tanto per accogliere la mia testa e richiudersi nuovamente,come ad impadronirsi di me,a non volermi lasciare andare, a ringraziarmi di quegli attimi di "libertà "dalla sua prigione di immobilità ,che gli ho regalato,o meglio,che abbiamo condiviso.
Mi ritengo molto fortunato a vivere queste esperienze,ma non voglio spettacolarizzare ciò che vi ho descritto,voglio solo mettervi al corrente di questo nuovo aspetto del potere della musica.
Magari qualcuno avrà da ridire sul fatto che il racconto non abbia troppa attinenza con la "traccia" dettata da Danzerino,ma qui si parla di esperienze legate alla musica popolare,e questa, a mio avviso n'é legata in maniera viscerale.
Avevo un pò di ritegno nel parlare dell'argomento in rete,più che altro per paura di essere frainteso,ma ritengo i "commensali",al banchetto di pizzicata.it",troppo svegli e intelligenti per cadere in banali critiche e commenti fuorvianti.
Grazie Carlo che ci dai la possibilità di comunicare in questa "brigata di matti".
Sono io che ringrazio te e anche Carlo Trono(scusami se sono ripetitivo) per la grande possibilità che ci ha dato di comunicare tramite queste storie, attraverso la sua "gabbia di matti".
Hai ragione:sono queste le cose che danno un senso alla mia vita,sono queste le emozioni che mi fanno dimenticare tutto il resto.
Spesso ci abbattiamo per sciocchezze,io stesso mi pongo tante domande,se é giusta la strada che sto percorrendo,se vale la pena di continuare così,se...se...
A volte,durante qualche mia esibizione,ho osservato gli occhi della gente che ti scruta e sembra volerti dire:"Mena mé...soname sta pizzica";ho continuato imperterrito nel mio repertorio di sensazioni e mi sono estraneato da quel contesto.
Ma quando giù dal palco ho visto quei due "folletti" proprio non sono riuscito a evadere da quel contesto,anzi mi hanno rubato l'anima tutte le volte e ho avuto una scarica di adrenalina pazzesca...
E' proprio vero,nella vita non si finisce mai d'imparare...ma che grande lezione mi stanno dando queste due creature,nella loro quotidianità ,nella loro semplicità e nel loro voglia di dimostrare a tutti che i "diversi" sono gli altri...
quelli che non sono abituati a vedere un disabile ballare,e che gli sembra uno spettacolo pietoso;
quelli che non hanno provveduto ad abbattere tante barriere architettoniche,che ancora sono presenti nel Salento come montagne sulla strada delle carrozzelle;
quelli che vorrebbero questi esseri meravigliosi relegati in un qualche centro che li radunasse tutti;
quelli che non hanno la fortuna di avere un diversamente abile in famiglia e non sanno quello che si perdono!
E allora "LASSAMULI BALLARE,CA SE NU SU TARANTATI,POCU CI MANCA".
Ti saluto,andreap!
Hai ragione:sono queste le cose che danno un senso alla mia vita,sono queste le emozioni che mi fanno dimenticare tutto il resto.
Spesso ci abbattiamo per sciocchezze,io stesso mi pongo tante domande,se é giusta la strada che sto percorrendo,se vale la pena di continuare così,se...se...
A volte,durante qualche mia esibizione,ho osservato gli occhi della gente che ti scruta e sembra volerti dire:"Mena mé...soname sta pizzica";ho continuato imperterrito nel mio repertorio di sensazioni e mi sono estraneato da quel contesto.
Ma quando giù dal palco ho visto quei due "folletti" proprio non sono riuscito a evadere da quel contesto,anzi mi hanno rubato l'anima tutte le volte e ho avuto una scarica di adrenalina pazzesca...
E' proprio vero,nella vita non si finisce mai d'imparare...ma che grande lezione mi stanno dando queste due creature,nella loro quotidianità ,nella loro semplicità e nel loro voglia di dimostrare a tutti che i "diversi" sono gli altri...
quelli che non sono abituati a vedere un disabile ballare,e che gli sembra uno spettacolo pietoso;
quelli che non hanno provveduto ad abbattere tante barriere architettoniche,che ancora sono presenti nel Salento come montagne sulla strada delle carrozzelle;
quelli che vorrebbero questi esseri meravigliosi relegati in un qualche centro che li radunasse tutti;
quelli che non hanno la fortuna di avere un diversamente abile in famiglia e non sanno quello che si perdono!
E allora "LASSAMULI BALLARE,CA SE NU SU TARANTATI,POCU CI MANCA".
Ti saluto,andreap!
Altrove si parlò di scegliere il post più bello. Quello di Liolà .
Mi scoccia tremendamente. Mi scoccia voler esprimermi e scoprirmi, esprimermi e sentirmi senza pelle (che già poca era), esprimermi ed espormi alle accuse di protagonismo, sentimentalismo, sensazionalismo.
Ho gli occhi lucidi. Ho riletto bene, perché stamattina andavo di corsa. Ma da stamattina sentivo il "dovere" di rileggere ed eventualmente di scrivere. Si potrebbe parlare della cosa per giorni, sotto diversi punti di vista, medici, scientifici, simbolici, sentimentali, sociali.
Vivo la cosa nella maniera che sento più semplice, con commozione. Tocco profondo interiore. Colgo il miracolo.
Da sempre quando incontro il destabilizzante, non giro mai la testa. Semplicemente attendo che la mente si distragga e vada in un'altra direzione. Una calcolata attesa che permette di vivere senza mai mettere troppo in discussione i miei equilibri. La mia più grande difficoltà quella di interagire (per me che vivo di interazioni razionali) con chi ha la ragione che funziona a suo modo.
Da un po' sto grattando la buccia, mi disinteresso dell'esteriore e mi pongo domande sulla polpa. Mi interesso alla polpa. Anzi la bruttezza della buccia mi stimola a cercare la polpa. E' qualcosa che é ancora in definizione, quindi nemmeno tanto facile da spiegare. Ho aperto un canale preferenziale, interno, per comunicare, per avvicinarmi al diverso. Inizia ad essere per me un vantaggio, una gemma da scoprire all'interno di roccia grezza. Non mi avvicino nà© con piagnucolosa compassione, nà© con impertinente curiosità . E' contatto intimo e diretto. Senza definizioni. Un canale su cui viaggia anche l'emozione musicale, probabilmente aperto e ripulito dalla musica. Non so spiegarmi oltre. Non ci provo ulteriormente.
Liolà ha toccato una nota pesante, una corda profonda, una frequenza in risonanza insopportabilmente impossibile da trascurare.
Ancora non so perché scriverne. A me é tornato utile. Spero anche ad altri.
Mi scoccia tremendamente. Mi scoccia voler esprimermi e scoprirmi, esprimermi e sentirmi senza pelle (che già poca era), esprimermi ed espormi alle accuse di protagonismo, sentimentalismo, sensazionalismo.
Ho gli occhi lucidi. Ho riletto bene, perché stamattina andavo di corsa. Ma da stamattina sentivo il "dovere" di rileggere ed eventualmente di scrivere. Si potrebbe parlare della cosa per giorni, sotto diversi punti di vista, medici, scientifici, simbolici, sentimentali, sociali.
Vivo la cosa nella maniera che sento più semplice, con commozione. Tocco profondo interiore. Colgo il miracolo.
Da sempre quando incontro il destabilizzante, non giro mai la testa. Semplicemente attendo che la mente si distragga e vada in un'altra direzione. Una calcolata attesa che permette di vivere senza mai mettere troppo in discussione i miei equilibri. La mia più grande difficoltà quella di interagire (per me che vivo di interazioni razionali) con chi ha la ragione che funziona a suo modo.
Da un po' sto grattando la buccia, mi disinteresso dell'esteriore e mi pongo domande sulla polpa. Mi interesso alla polpa. Anzi la bruttezza della buccia mi stimola a cercare la polpa. E' qualcosa che é ancora in definizione, quindi nemmeno tanto facile da spiegare. Ho aperto un canale preferenziale, interno, per comunicare, per avvicinarmi al diverso. Inizia ad essere per me un vantaggio, una gemma da scoprire all'interno di roccia grezza. Non mi avvicino nà© con piagnucolosa compassione, nà© con impertinente curiosità . E' contatto intimo e diretto. Senza definizioni. Un canale su cui viaggia anche l'emozione musicale, probabilmente aperto e ripulito dalla musica. Non so spiegarmi oltre. Non ci provo ulteriormente.
Liolà ha toccato una nota pesante, una corda profonda, una frequenza in risonanza insopportabilmente impossibile da trascurare.
Ancora non so perché scriverne. A me é tornato utile. Spero anche ad altri.
Bene Gianlu,secondo me sei sulla stada giusta.
Tocchiamole più spesso queste corde,se fanno vibrare il profondo dell'anima,non lasciamo che tutto ci scorra addosso senza che abbia lasciato una traccia,per quanto effimera,del suo passaggio.
Lasciamoci andare più facilmente...
Anche per quanto riguarda la nosta musica.Ormai ci fossilizziamo a sentire tutti gli arrangiamenti possibili ed immaginabili su canzoni come Pizzicarella,Lu Rusciu de lu Mare,Kalinifta...e non proviamo quasi più a immedesimarci in quello che le parole ci suggeriscono,non proviamo più a scrivere qualcosa di nuovo,magari sulla scia di queste sensazioni e nella maniera in cui lo facevano i nostri padri,non proviamo più nulla...
Spesso canto una serenata, Beddhra ci dormi, ed ogni volta mi sgiolgo fino quasi alle lacrime,perché la faccio mia,la sento dentro,vedo la mia ninfa alla finestra e le dico:"Beddhra ci dormi,stiddhra de core e iu qua fore ardu d'amore,ardu d'amore e me sentu murire azzate beddhra e famme trasire".
Chissà chi l'ha scritta?...ma penso che leggendola in questa chiave ogni volta la rendo viva,questa come tante altre canzoni.
Questa é la mia idea di musica popolare salentina.
Tornando al tasto dolente che ho toccato riferendomi ai diversamente abili,ognuno la vedrà a modo suo in base al proprio carattere ed alla propria sensibilità ,ma ciò che,per esperienza,vorrei far capire con la storia che ho raccontato é che non bisogna trattare con ritegno questi altri umani,non si deve aver paura di confrontarsi,si deve agire a viso scoperto,col rischio di prenderselo qualche pugno in faccia,ma si può avere la vita stravolta,in positivo sicuramente.
Provare non costa nulla.
Tocchiamole più spesso queste corde,se fanno vibrare il profondo dell'anima,non lasciamo che tutto ci scorra addosso senza che abbia lasciato una traccia,per quanto effimera,del suo passaggio.
Lasciamoci andare più facilmente...
Anche per quanto riguarda la nosta musica.Ormai ci fossilizziamo a sentire tutti gli arrangiamenti possibili ed immaginabili su canzoni come Pizzicarella,Lu Rusciu de lu Mare,Kalinifta...e non proviamo quasi più a immedesimarci in quello che le parole ci suggeriscono,non proviamo più a scrivere qualcosa di nuovo,magari sulla scia di queste sensazioni e nella maniera in cui lo facevano i nostri padri,non proviamo più nulla...
Spesso canto una serenata, Beddhra ci dormi, ed ogni volta mi sgiolgo fino quasi alle lacrime,perché la faccio mia,la sento dentro,vedo la mia ninfa alla finestra e le dico:"Beddhra ci dormi,stiddhra de core e iu qua fore ardu d'amore,ardu d'amore e me sentu murire azzate beddhra e famme trasire".
Chissà chi l'ha scritta?...ma penso che leggendola in questa chiave ogni volta la rendo viva,questa come tante altre canzoni.
Questa é la mia idea di musica popolare salentina.
Tornando al tasto dolente che ho toccato riferendomi ai diversamente abili,ognuno la vedrà a modo suo in base al proprio carattere ed alla propria sensibilità ,ma ciò che,per esperienza,vorrei far capire con la storia che ho raccontato é che non bisogna trattare con ritegno questi altri umani,non si deve aver paura di confrontarsi,si deve agire a viso scoperto,col rischio di prenderselo qualche pugno in faccia,ma si può avere la vita stravolta,in positivo sicuramente.
Provare non costa nulla.