Archivi sonori: quale uso?

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Damiano
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Archivi sonori: quale uso?

Messaggioda Damiano » 30 aprile 2012, 12:46

Cari amici di pizzicata,

sviscero oggi un tema che neanche facebook può essere capace di sopportare: gli archivi di musica popolare in Italia: importanza, uso e gestione.

La carissima amica e ricercatrice Annamaria Bagorda mi ha dato giustamente il nome di "Alan Lomax della Murgia dei Trulli", e per uno zingaro come me per cui suonare, ballare, cantare è un'esigenza fisica per stare bene, lontana da qualsiasi logica di mercato (leggi: si contano sulle punta delle dita le volte che sono salito su un palco), approdare alla ricerca è stato naturale.

Faccio una lunga premessa, necessaria, per poi passare a chiedere la vostra opinione sulla ricerca etnomusicologia in Italia oggi ('azz che argomento!).

Tutto parte suppergiù nel 1954, quando, anche nell'ambito della ricostruzione di un'identità nazionale dopo la guerra, il mai abbastanza conosciuto Alan Lomax viene chiamato in Italia a registrare le musiche popolari degli italiani, col fine di riformare e avviare un archivio di etnomusicologia di cui ormai vi è l'esigenza e avviare (forse, ma non ci sarà) un abbozzo di primitivo folk revival. Alan Lomax si fa svariati mesi in furgone con Diego Carpitella, gira tutta l'Italia dalla Sicilia alle Alpi, raccoglie qualcosa come 3000 documenti su 60 miglia di nastro magnetico e a gennaio del 1955 consegna tutto all'Accademia di Santa Cecilia.

Tralascio tutto quello che è venuto dopo, ci vorrebbe un altro forum di pizzicata per scrivere tutte le conseguenze di quel mitico viaggio dell'etnomusicologo americano. Fatto sta che le registrazioni e le fotografie di Alan Lomax di quell'anno tracciano un'immagine di un'Italia unica, un'Italia a cui negli anni successivi si guarderà con inguaribile nostalgia, libera da cemento, televisione, consumismo, dove a stento si aveva un piatto di pasta e ceci a cena, ma sicuramente non si sgomitava per chi guadagnava più cachet alla Notte della Taranta. E' un paese povero, ma di una povertà inimmaginabile: la gente per sopravvivere mangia i papaveri spontanei, digiuna tre mesi per mettere i soldi da parte e acquistare una fisarmonica, e soprattutto CANTA. Si canta per non sentire la fatica quando d'estate il favonio rovente percorre il Tavoliere, per passatempo quando si "attaccano" le viti, per distrarsi dalle mani congelate quando d'inverno si raccolgono le olive. Il canto è pregno di significato: si comunica, si dimostra il proprio ruolo sociale, ci si distrae dalla pesantezza di una vita piena di privazioni, per dimenticare i parenti morti in guerra, per dimostrare il proprio credo politico.

I ricercatori si sono scatenati per documentare tanta ricchezza di suoni e canti, tant'è che sessant'anni dopo c'è ancora tanto da raccogliere in fatto di ricerca etnomusicologica in Italia. E a questo punto, terminata la premessa, partono le domande:
1) a che serve documentare la musica popolare?
2) che uso si fa poi di tanto materiale?
Domande che mi pongo ogni giorno (almeno io) e a cui vado a rispondere. PREMESSA: prendete ciò che segue come una pura opinione personale, non è verità assoluta. Siamo per fortuna in un paese democratico, quindi ci terrei ad esprimere la mia opinione.

1) Secondo me documentare la musica popolare è un'apologia della storia. E' moralmente giusto, perchè se non ci fossero stati gli storici che documentavano la loro realtà oggi i libri di storia non esisterebbero. A maggior ragione è giusto ed eticamente obbligatorio lasciare una traccia ai posteri delle musiche di tradizione orale italiane, se non altro per il mazzo tanto che si facevano, per la bellezza e per il significato che avevano e hanno quelle musiche e quei canti per i nostri padri e per chi le esegue ancora oggi.

2) che uso si fa poi di tanto materiale? Pubblicare? Non pubblicare? E la Siae? E la riproposta? Se da una parte è giusto che tutti apprezzino la bellezza, il significato, l'importanza storica e culturale di dette musiche di tradizione orale, non è giusto poi (almeno SECONDO ME) lo sputtanamento, la contaminazione selvaggia, lo snaturamento, il marketing esagerato in nome della globalizzazione che se ne fa. Come diceva qualcuno in altra parte del forum, si prendono grosse cantonate. In undici anni di appassionamento al folk revival ne ho viste di tutti i colori: canti di raccolta delle olive, che la gente cantava per non sentire il freddo e la fatica, rifatti a reggae con relativo elevato cachet per chi li canta; una spietata caccia a tutti i vecchietti che ricordano un brandolo di canto per poi riproporlo in tutte le salse; cd di riproposta praticamente illeggibili in cui si esalta con termini più che barocchi la terra e tutto il resto da parte di chi non ha mai preso una zappa in mano....

Sento già le urla di tutta la nazione etnopopolare praticamente. Vi dico umilmente la mia, con la consueta sincerità che "il" Nicolella mette in tutte le sue cose, anche ad ammettere i propri errori. Io per campare distribuisco volantini, guadagno sì e no duecento euro al mese, non sono un portatore della tradizione ma un semplice appassionato, sto volutamente lontano dai palchi perchè.... mi vergogno, non ho dimestichezza coi microfoni e soprattutto perchè non mi piace tutto sto show business che c'è intorno alla musica popolare. Non organizzo corsi, non ne frequento se non qualche volta per salutare gli amici musicisti (difatti se mi vedete qualche volta a qualche stage preferisco stare in un angolo e ballo/schermo/suono/canto solo se interpellato). La gente mi conosce e mi interpella per la mia competenza in materia, cosa che nei miei limiti cerco di dare.

Rimando ad altro tempo ulteriori approfondimenti, nel frattempo sarei curioso di conoscere il vostro parere in materia. Ad maiora!

Vostro Damiano

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