Influenze esterne sul repertorio del canto NEL Salento

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Ialma
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Influenze esterne sul repertorio del canto NEL Salento

Messaggioda Ialma » 23 agosto 2007, 11:16

L altra sera in occasione di una serata fra amici finita a canti alla stisa (e colgo l occasione per salutare caramente tutti i presenti :-) ) mi ਠvenuta fuori una domanda che nessuno si ਠmai posto, almeno su questo forum.
Una buona parte del repertorio RECENTE di canto (per meno recente intendo quello delle persone che ormai hanno più di 80 anni, come i Cantori di Corigliano) ਠcomposto da brani (tipo Tuppi Tuppi la Porticella, La Cerva e molte altre) di origine non autoctona.
Sono brani di altre regioni, del repertorio alpino, che però sono entrati come parte integrante del repertorio salentino.
Qualcuno ha idea del come ci siano arrivati?
Personalmente credo che molto abbia a che fare con i tre anni di servizio militare obbligatorio, che mettevano culture incredibilmente distanti in contatto fra di loro, facendo si che modi di cantare (tipo lo stornellare toscano) si siano integrati con quello locale.
Dibattito aperto!
Ultima modifica di Ialma il 23 agosto 2007, 17:11, modificato 1 volta in totale.

raheli
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Messaggioda raheli » 23 agosto 2007, 12:54

nel Salento.

... almeno quelli che capiscono...

march
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Messaggioda march » 23 agosto 2007, 14:56

Che provenienza ha la Cerva? Ancora non mi ਠcapitato di ascoltarla in altri repertori.

Non ho fatto studi, ma secondo me il mix dei repertori ਠparallelo al mix della popolazione. Da quando c'ਠstata gente in movimento canti e pezzi di canti sono girati con loro. I carrettieri, la transumanza, il servizio militare, ma anche l'emigrazione sono state e sono secondo me fonte di movimento del repertorio musicale popolare.

Ora invece la curiosità  che spesso mi prende ਠdi tracciare questa geografia del canto popolare. Cioਠdi identificare la provenienza di un canto (sia come testo che come melodia) e la storia di viaggio umano che ci sta dietro.

E i nostri canti salentini hanno insospetti legami con le regioni più disparate, dalla liguria (es. questa mattina mi sono alzato), alla sicilia (con i canti dei carrettieri), alla lombardia (con scusate signor conte che riecheggia nella più completa "el fiol del conte") alla toscana e al lazio per le stornellate (ma di esempio ne potremmo trovare un'infinità , le tre sorelle, dove vai bella fanciulla, il cacciator del bosco, la barca di roma, moretto....).

La mia curiosità  à¨ ad esempio: come si ਠtrasformato el fiol del conte in scusate signor conte? à© stato un passaggio diretto (tipo qualcuno della famiglia Zimba che aveva lavorato o conosciuto qualche Bergamasco) o ci sono giri di passaparola più complessi?

Certo sono domande destinate a rimanere senza risposta e forse la cosa ancora più interessante sarebbe osservare come chi si appropria di un altro canto regionale tenda poi ad adattarlo al proprio stile locale (cosa che trovo ਠl'opposto di quello che fanno molti gruppi di riproposta oggi: prendono un testo in dialetto e lo cantano con uno stile assolutamente non radicato nel territorio, più vicino ad altre culture musicali rispetto a quella salentina).

Solo un altro esempio a riguardo: Un bel giorno andando in Francia (altrimenti conosciuta come la montanara) la troviamo a nord come un bel valzer veloce e ballabile (un po' alla Casadei per intenderci); una volta arrivato nel Salento questo pezzo si trasforma in un canto alla stisa, perde il ritmo di valzer continuo, incorpora una serie di pause e frammentazioni ritmiche con accelerazioni e rallentamenti. Non ਠmeraviglioso?

CarloTrono
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Messaggioda CarloTrono » 23 agosto 2007, 18:50

Nel libro "Il Salento Levantino" (a cura di S. Torsello e V. Santoro, Ed. Aramirà¨, http://www.aramire.it/edizioni/pag017.htm ) ਠraccontata attraverso le testimonianze dei protagonisti, la storia della coltivazione del tabacco nel Salento. In alcune testimonianze si parla di vere e proprie "migrazioni" di contadini salentini che si spostavano nella provincia di Taranto, in Lucania e addirittura in provincia di Viterbo (Civita Castellana, dove c'ਠuna vera e propria comunità  di persone originarie di Tricase) per coltivare il tabacco. I contadini salentini erano infatti specializzati in questa coltivazione, e i latifondisti delle altre regioni ospitavano nelle masserie i braccianti affidando ad ogni famiglia una parte della coltivazione da far crescere, raccogliere e seccare. Intere famiglie si spostavano vivendo stanzialmente da gennaio ad agosto-settembre presso queste masserie.

Da questo libro sono tratte alcune testimonianze che fanno parte dello spettacolo "Memorie della Terra", di Vincenzo Santoro con Anna Cinzia Villani, Maria Mazzotta, Enrico Noviello e Daniele Girasoli. A queste narrazioni si accompagnano dei canti collegati, e due in particolare costituiscono un ulteriore testimonianza di questa possibile causa di "fonti esterne nel repertorio salentino". Una fa

"La Cupa Cupa vene de Pasticcia,
azzate padrune e damme la salciccia"

che Anna Cinzia Villani ha ascoltato da sua nonna. In Lucania esiste il canto di questua che fa "La Cupa Cupa viene da Pisticci, alzati padrone e dammi la salciccia"...scusate l'italiano ma preferisco scrivere così che storpiare un dialetto che non conosco.
L'altro brano incluso nello spettacolo, cantata da Enrico Noviello e se non sbaglio tratto dai dischi dei Cantori dei Menamenamò (azz, non ricordo bene, Vincenzo aiutami) fa

"E lu sessantadoi e Ginosa me vinne chiamare,
e cu fazzu lu tabbaccu, cu me guadagnu qualche cosa...
...e quannu su rrivatu alla masseria Starnese
io rimasi spaventatu, era quantu nu paese..."

fra l'altro, nel 2005 ਠstato girato un film ambientato proprio nelle masserie del Tarantino dove i salentini andavano a coltivare il tabacco, e le più grosse ed importanti per la coltivazione del tabacco erano proprio a Ginosa.
http://www.prometeovideo.it/pdf/Fumo.pdf

In conclusione, ipotizzo (ਠsolo una mia ipotesi) che questo periodo molto lungo nel quale intere famiglie si spostavano per coltivare il tabacco praticamente per buona parte dell'anno, abbia costituito un importante momento di contatto con altri repertori tradizionali.
Ultima modifica di CarloTrono il 23 agosto 2007, 19:33, modificato 2 volte in totale.

nachiru
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Messaggioda nachiru » 23 agosto 2007, 19:17

sono daccordo con voi, per i canti che si richiamano a motivi alt'italiani e o alpini ricordatevi che ci sono di mezzo due guerre mondiali e la prima viene considerata da alcuni storici la vera unificazione del regno d'italia dove per la prima volta dal 1860, uomini di tutte le ragioni con le loro idee e con i loro canti circolarono ad ampio raggio ,riportando poi, i sopravvissuti, quei canti, si pensi a "una mattina, simile ad un aria che si cantava nel corpo degli alpini.

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Messaggioda Ialma » 23 agosto 2007, 19:19

La Cupa Cupa maie vene de P'stizze
iazete patrune e damme la sazizze

E' una strofa molto comune in tutte le forme di canto (di solito di questua) sul cupa cupa in Lucania, come anche

"Simu vinuti da lundana via
pe rrivirì a vostra signuria"

Capisco l'influenza delle regioni vicine, ma da Toscana, Emilia?
Quale potrebbe mai essere la strada di questi canti ?
La Cecilia e La Rondinella sono diffusissime in tutta Italia, ma gli altri ?
Qualcuno ha mai fatto un lavoro di raffronto geografico sull'origine dei canti ?
La nonna di una cara amica NEL Salento canta un brano di tradizione squisitamente maremmana... a capire come c'ਠarrivato...

Arthas
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Messaggioda Arthas » 23 agosto 2007, 20:24

A Grottaglie à¨: "La cupa cupa mea veni di Pistizzi, la cupa cupa mea veni di Pistizzi, apri patrunu t'aggia nnutta la satizza, apri patrunu t'aggia nnutta la satizza" ecc. (Ciro "Zirretta" docet).
Per altro, tornando al tema del discorso, anche io ho ascoltato canti che (mi pare) poco avevano a che fare con la tradizione locale: il già  citato "cacciator nel bosco" e altri di cui non conosco il titolo.
Anche a me viene da pensare che il contatto con questi canti sia avvenuto durante i tre anni di servizio militare.
Ma siccome in campagna chi cantava erano prevalentemente le donne (per lo meno dalle mie parti), può essere che ci siano stati altri "canali di contaminazione".
Ad esempio di sicuro si cantavano (nei tempi più recenti) le canzonette ascoltate in radio.

nachiru
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Messaggioda nachiru » 24 agosto 2007, 19:30

credo che in parte le canzoni siano state trasmesse come sopra, vedasi la canzone cantata daI CANTORI DI BORGAGNE "quando ritorno dalla grecia"! senza dimenticare che sin dall'inizio del secolo scorso molte manovalanze o masse agricole furono "trasferite" nelle grandi bonifiche terriere: vedasi la bonifica dell'agro malarico pontino, dove una grande parte dei disererdati d'Italia, quelli che non erano emigrati in altri continenti, il risultato lo si vede dal dialetto nato da quelle parti!

morenas
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Messaggioda morenas » 24 agosto 2007, 22:38

[quote:56d2515bfe="CarloTrono"]Nel libro "Il Salento Levantino" (a cura di S. Torsello e V. Santoro, Ed. Aramirà¨, http://www.aramire.it/edizioni/pag017.htm ) ਠraccontata attraverso le testimonianze dei protagonisti, la storia della coltivazione del tabacco nel Salento. In alcune testimonianze si parla di vere e proprie "migrazioni" di contadini salentini che si spostavano nella provincia di Taranto, in Lucania e addirittura in provincia di Viterbo (Civita Castellana, dove c'ਠuna vera e propria comunità  di persone originarie di Tricase) per coltivare il tabacco. I contadini salentini erano infatti specializzati in questa coltivazione, e i latifondisti delle altre regioni ospitavano nelle masserie i braccianti affidando ad ogni famiglia una parte della coltivazione da far crescere, raccogliere e seccare. Intere famiglie si spostavano vivendo stanzialmente da gennaio ad agosto-settembre presso queste masserie.

Da questo libro sono tratte alcune testimonianze che fanno parte dello spettacolo "Memorie della Terra", di Vincenzo Santoro con Anna Cinzia Villani, Maria Mazzotta, Enrico Noviello e Daniele Girasoli. A queste narrazioni si accompagnano dei canti collegati, e due in particolare costituiscono un ulteriore testimonianza di questa possibile causa di "fonti esterne nel repertorio salentino". Una fa

"La Cupa Cupa vene de Pasticcia,
azzate padrune e damme la salciccia"

che Anna Cinzia Villani ha ascoltato da sua nonna. In Lucania esiste il canto di questua che fa "La Cupa Cupa viene da Pisticci, alzati padrone e dammi la salciccia"...scusate l'italiano ma preferisco scrivere così che storpiare un dialetto che non conosco.
L'altro brano incluso nello spettacolo, cantata da Enrico Noviello e se non sbaglio tratto dai dischi dei Cantori dei Menamenamò (azz, non ricordo bene, Vincenzo aiutami) fa

"E lu sessantadoi e Ginosa me vinne chiamare,
e cu fazzu lu tabbaccu, cu me guadagnu qualche cosa...
...e quannu su rrivatu alla masseria Starnese
io rimasi spaventatu, era quantu nu paese..."

fra l'altro, nel 2005 ਠstato girato un film ambientato proprio nelle masserie del Tarantino dove i salentini andavano a coltivare il tabacco, e le più grosse ed importanti per la coltivazione del tabacco erano proprio a Ginosa.
http://www.prometeovideo.it/pdf/Fumo.pdf

In conclusione, ipotizzo (ਠsolo una mia ipotesi) che questo periodo molto lungo nel quale intere famiglie si spostavano per coltivare il tabacco praticamente per buona parte dell'anno, abbia costituito un importante momento di contatto con altri repertori tradizionali.[/quote:56d2515bfe]Si specialmente all'ILVA di Taranto- lati

Liolà
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Messaggioda Liolà » 25 agosto 2007, 0:53

Innanzitutto ricambio il saluto di Francesco e lo rigiro a tutti gli altri presenti alla serata,da spasulata79 a march,a friscu a nachiru...
Ricordo perfettamente il momento in cui ci si fermò a riflettere su questo punto:a me venne in mente una canzone in particolare,"scoperta"(per quel che mi riguarda) da poco,dalla voce di Leonardo Vergaro;per chi non lo conoscesse era uno dei componenti del gruppo degli Ucci.
La canzone s'intitola "La mamma di Rosina".
La prima strofa fa più o meno così:

"La mamma di Rosina era gelosa
bim bum bam,tira che viene che gusto mi da,
Rosina dammela,oh dammela
la manda a prender l'acqua,con gli occhi bianchi e neri,
la manda a prender l'acqua alla fontana"

Ora...
Essendo per me un canto praticamente sconosciuto,mi son chiesto come mai fosse cantato interamente in italiano:questo spesso ਠtipico di canti eseguiti su scala nazionale.
Pochi giorni dopo,per una fatalità ,mi capita tra le mani un libro con annesso cd,"Voci" edito da edizioni Kurumuny,in cui vi sono alcune registrazioni fatte a San Vito dei Normanni,quindi,alto Salento...
E,guarda caso,tra i brani c'era proprio la stessa canzone.
Il ritornello qui era un po' più addolcito
"bim bum bam,tira molla vieni e va,Rosina bella"....
Vedo Luigi Chiriatti,aldilà  della bancarella,e mi spingo a porgli la questione:se anche questo canto fosse stato "importato" alla stregua di "Tuppe tuppe" e simili...
Lui mi replica che,secondo le sue conoscenze dovrebbe essere un aria abbruzzese o molisana.
Ma anche lui scuote le spelle quando gli chiedo come può aver fatto questo brano a giunger fino a noi.
Tutte le vostre ipotesi possono essere esatte,dal servizio militare alle due guerre mondiali,ai lavori nei campi in altre regioni quali il Lazio e la Lucania...
Qui a Cutrofiano ancora si usa dire:"Quandu scìame cu faticamu alle Calabrie..."intendendo non l'attuale regione Calabria,ma i territori un tempo dominati dai "calabroi"...
Quindi,niente di più facile che queste migrazioni a volte si trasformassero in emigrazioni vere e proprie e andassero a fondere i patrimoni culturali e musicali di popoli lontani e differenti.
Ancora oggi ho conoscenza diretta di paesi la cui popolazione e praticamente quasi tutta di origine salentina.
Fatevi un giro a Lavinio,ad esempio,o ad Anzio,e vi imbatterete in un sacco di cognomi di matrice salentina e comunque di gente che per anni ha fatto su e giù per mantenere i rapporti con le proprie famiglie di origine,o visitare i propri defunti nei camposanti.

Ricordo piacevolmente lo stornellare "alla romana" di Uccio Bandello,che era come ascoltare Claudio Villa o Lando Fiorini, o "Lu surdatu 'nnammmuratu" di Uccio Aloisi,versione salentineggiante della celeberrima canzone napoletana...
O "Cava più giù signor dottor"...che,se non erro dovrebbe essere di origini toscane...

Insomma tutte le nostre motivazioni potrebbero essere quelle giuste,ma come si fa a conoscere la verità ?

giannino
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Messaggioda giannino » 25 agosto 2007, 1:35

Ragazzi per lo stornellare alla Claudio villa non ci dimentichiamo però che oltre alle migrazioni esiste, ed ਠmolto diffuso a partire dagli anni 40, il media musicale per eccellenza: la radio.
mia nonna a 89 anni suonati , vissuta in un paese agricolo di 900 abitanti, l'unica aria che cantava ancora per bene era
Fiorin Fiorello l'amore ਠbello vicino a te...e non era mai stata in alt'italia.

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Ialma
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Messaggioda Ialma » 25 agosto 2007, 2:59

Anni 40 mi sembra eccessivo.
La radio degli anni 40 ਠtipo la Telefunken di mio nonno, scatolone di legno ingombrantissimo, e per i tempi estremamente costoso quindi non proprio "popolare" come oggetto.
Solo dagli anni fine 50-60 hanno cominciato a diffondersi i "transistor" e gli anziani di cui parliamo, negli anni 60 avevano un repertorio di canto già  consolidato.
Claudio Villa ਠvenuto sicuramente dopo, ed il modo di stornellare di Bandello mi sembra sia più toscano che laziale.
A voi cosa pare ?

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Livio
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Messaggioda Livio » 25 agosto 2007, 8:12

L'avvento del treno ha fatto si che la mescolanza delle culture delle genti potesse avvenire, come diceva il mio prof. di Sociologia delle comunicazioni.
Una seconda grande mescolanza ਠla grande guerra, come ਠstato già  detto, e come sosteneva anche Rina Durante.

Ma non dimentichiamo gli spostamenti stagionali di lavoratori, transumanze e quant'altro.

Così come ci si spostava nel secolo scorso per campare, lo si faceva anche prima: Uccio da Cutrofiano ਠandato a lavorare al vigna fino a Brindisi; i lavoratori di Tricase andavano nel tarantino cantando una versione loro del tomma-tomma; la mamma di Piero di Francavilla F.na (BR) ricorda lavoratori provenienti dalla Campania a dalla Calabria.
Nel testo del Majorano ci sono distici endecasillabi del tarantino che sembrano provenire dalla Campania. Altri distici endecasillabi del Gargano sono simili a quelli di Cutrofiano e a quelli di S. Vito N.nni.

Inoltre bisogna pensare a più livelli di diffusione sincretica. Per fare un esempio in terra d'Otranto Rosina ਠpresente col ritornello più semplificato (che potrebbe indicare un periodo di assimilazione più lungo) e col ritornello più simile alle versioni del nord (recente assimilazione). Ma tutto resta nell'ipotetico...

Damiano
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Messaggioda Damiano » 25 agosto 2007, 12:14

Dimenticate un altro mezzo di diffusione dei canti popolari: gli organetti ambulanti. La mia amica Pasqua Micela "Pasquariedde", di 82 anni, in un'intervista che le ho fatto ricorda che nei paesi (e anche a Martina Franca) giravano gli organetti ambulanti che vendevano le canzonette, loro le compravano e le imparavano storpiandole a modo loro. Una ਠla versione martinese di "Ciuri ciuri" siciliana, che mi ha cantato Pasquariedde:

Ciuri ciuri, e ciureme tutte l'anne,
l'amore ਠbello di quanno ti la manne.

Lu meglio amore mì m'ha lassato,
e m'ha lassato senza compagnia.

RIT.: Ciuri ciuri....

Non canto per amore e per amante,
io canto per passare lu tempo.

RIT.: Ciuri ciuri...

Non canto per amore ma per rabbia,
ma come l'uccellino nella gabbia.

Questo canto veniva cantato durante la raccolta delle olive, quando provenivano braccianti dai diversi paesi.

Anche le storie sacre, come la "Stuorie da Maruonne d'u Carmene", visibile sul mio sito www.pugliafedefolklore.it alla voce "Religiosità " venivano diffuse da cantastorie come Gnazio di Taranto, ma vivente ad Oria nel 1600, di paese in paese, dove venivano vendute su fogli ambulanti (la versione di Statte di questo canto dice negli ultimi due versi: "A ci vole 'ccattà  la 'mprese/ ci non spenne più de nu turnese" - A chi vuole comprarne la stampa/ non spende più di un tornese) e adattate ai dialetti dei vari paesi come Gallipoli, Surbo, San Pancrazio Salentino, Castro, Lizzanello (Lecce); Massafra, Laterza, Grottaglie, Manduria, Faggiano, Torricella, Statte e Martina Franca (Taranto); Francavilla Fontana e Fasano (Brindisi).

Come pure la musica da ballo: "Cicerenella" ਠdiffusa in Molise, a Laterza:

Cicerenelle mije/ more tu ca cambe je;

a Taranto:

Cicerenedde teneve nu cane
ca muzzecava le crestiane;
muzzecava le femmene belle,
cusse ਠu cane de Cicerenedde!

e a Martina:

Cicerenielle teneve nu mòle,
scà¨ve a Napule sole sole;
scà¨ve careche de ziarielle,
cosse jਠ'u mole de Cicerenielle!

Cicerenella teneva un gatto
che cacava dentro al piatto...

Come pure le preghiere e i canti religiosi: "U sciuregghia sante" (con le alternative "Lu venerdia sante", p. es. a Palagianello, e "Lu sabate sante" p. es. a Cisternino, vedi CD "Tomma tomme" di Massimiliano Morabito) ਠdiffuso con diverse melodie e diversi usi in tutt'Italia, che cambiavano in pochi chilometri: a Martina si canticchiava durante la visita ai Sepolcri fino agli anni Sessanta, ma già  a Fasano era canto di questua il Sabato Santo allo "scà© cantà  all'ove".

Soddisfatta la curiosità ?

Liolà
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Messaggioda Liolà » 25 agosto 2007, 15:11

Ve ne dico un'altra...
Una sera,mentre suonavamo in uno scantinato al centro del paese,e avevamo appena finito di eseguire Aremu Rindineddha,fummo richiamati dalle grida di una signora settantenne,disabile tra l'altro,che ci aveva ascoltato da un balcone di fronte.
Ci disse che voleva riascoltare quel pezzo che gli evocava un sacco di ricordi...
Andammo a prelevarla dalla sua abitazione e la facemmo partecipare alle nostre esecuzioni.
Ora...
Voi sapete che solo dall'inizio di quest'anno Cutrofiano ਠentrato a far parte del Consorzio dei Comuni della Grecìa Salentina,anche perchਠnon abbiamo una memoria di lingua ellefona recente,ma risale a qualche secola fa.
In poche parole a Cutrofiano nessuno parla il grico,a meno che non sia stato "importato" dai paesi limitrofi.
Quindi,questa signora,voleva cantare il brano insieme a noi,ma ci diceva che sbagliavamo a cantarla in quella lingua,perchਠla versione che conosceva lei era in dialetto.
E,sorpresa delle sorprese,sulla melodia di Aremu Rindineddha lei metteva le parole di "Quindicianni",che Uccio Bandello canta nel cd "Bonasera a quista casa"...
Per intenderci,quella che fa:

"Quindicianni e più d'amore
sempre finto sei venuto
non t'avesse mai creduto
che tu fosse un traditor"....

Feteci caso e vedete se effettivamente le parole non vadano bene,sia musicalmente che metricamente sulla melodia grica.
Cosa sarà  successo?
I cutrofianesi avevano orecchiato questo bel motivetto da qualche confinante di lingua ellefona e ci hanno messo su,di loro iniziativa, quest'altro testo,apparentemente eseguito solo vocalmente, credendolo (erroneamente) l'esatta traduzione del testo grico?
E' stata solo un'idea evanescente della signora che,fischettando il moivetto, c'ha adattato su queste parole?
Oppure ci possono essere altre spiegazioni più plausibili che,al momento,non mi venfono in mente?
Resta il fatto che c'ਠda riflettere sulla cosa...
E non stiamo parlando ci canti stravolti a centinaia di chilomentri di distanza,ma neanche a una decina...
Per quanto riguarda il modo di stornellare del Bandello,Francesco,io mi riferivo agli stornelli presenti nel cd edito da Novaracne di Biagio Panico, della loro esibizione a Bologna insieme con Ada Metafune...
L'ultimo brano a me sembra molto simile agli "Stornelli amorosi" di Claudio Villa...
Quel modo che l'Aloisi oggi riprende sempre alla fine di "Vorrei volare",qunado fa:

"Vi do la buonasera e vado via
saluto sta gentile compagnia

Vi do la buonasera ed il buongiorno
da qui io parto,qui io ritorno"

Poi,può anche essere che Villa stesse cantando degli stornelli "alla fiorentina maniera",ma qui...alzo le mani...
Come diceva qualcuno: "Di più...nin zo!"

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Messaggioda CarloTrono » 25 agosto 2007, 15:48

stiamo andando OT, amici miei (anche se sono OT interessanti che possiamo anche lasciar sviluppare senza dimenticare l'argomento principale)
le influenze fra paesi distanti quanche decina di chilometri l'uno dall'altro sono comprensibili. Mi sembra di capire che Ialma si interrogava sulla presenza nel repertorio salentino di brani appartenti a tradizioni lontane centinaia di chilometri, addirittura dall'altra parte dell'Italia !
Riassumendo, per adesso abbiamo ipotizzato che tali momenti di contatto fra tradizioni orali lontane siano avvenute a seguito delle migrazioni dei braccianti oppure durante il servizio militare e le grandi guerre.
Avanti così.
Ultima modifica di CarloTrono il 25 agosto 2007, 16:31, modificato 1 volta in totale.

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Messaggioda Ialma » 25 agosto 2007, 16:29

Ulteriore OT.
Anche i cantori di Spongano in repertorio hanno un brano, Carminella che ha testo dialettale su musica di Kali Nifta

secundo
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Messaggioda secundo » 25 agosto 2007, 20:15

Ricordo, che quando ero bambino e i miei zii mi portavano con loro in campagna.E allora i miei zii erano giovani, ma ricordo che sentivo anche gente piu grande di loro cantare questi canti in lingua italiana.
Uno era questo (ricordo solo poche parole )
E TU DAMMI QUEL FAZZOLETTINO,
E TU DAMMI QUEL FAZZOLETTINO
VADO ALLA FONTE LO VADO A LAVAR.
TE LO LAVO CON ACQUA DI ROSE, TE LO
LAVO CON ACQUA DI ROSE, e poi boh...
Alcuni sostituivano acqua di rose con acqua e sapone.
L'altra invece era Quel mazzolin di fiori, anche qui ricordo poche parole,
ma ultimamente l'ho sentita cantare da un signore anziano dentro un osteria del mio paese durante una festa.Erano gli anni 60, sara stata la radio oppure come hanno detto altri i piu anziani l'hanno importata perchਠerano stati in quelle zone da dove provengono questi canti in periodi di guerra. Non lo sapremo probabilmente mai ma fatto stà  che la musica ha questo grande potere di raggiungerci ovunque. :)

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Messaggioda Ialma » 25 agosto 2007, 21:07

OT
Su Amor dammi quel fazzolettino sono parecchio sicuro.
E' un canto degli alpini, autore anonimo, e cantato in decine di versioni, da Gigliola Cinquetti a Yves Montand alla mitica Amalia Rodrigues (su Amalia In Italia) diffusissimo per radio.
E lo trovate (per chi fosse interessato) qui :
http://www.mediafire.com/?3covmbuximm


Amor dammi quel fazzolettino (3 v.)
vado alla fonte e lo vado a lavar.

Te lo lavo alla pietra di marmo (3 v.)
ogni battuta ਠun sospiro d'amor.

Te lo stendo a una rama di rose (3 v.)
il vento d'amore Io viene asciugar.

Te lo stiro col ferro a vapore (3 v.)
ogni pieghina ਠun bacino d'amor.

Te lo porto di sabato sera (3 v.)
di nascosto di mamma e papà .

C'ਠchi dice l'amor non ਠbello (3 v.)
certo quello l'amor non sa far.

Idem per QUEL MAZZOLIN DI FIORI.
Altro canto alpino, che parte come fosse allegro, ma finisce con parole di una tristezza...
La strofa "E cosa mai diran le genti cosa mai diran di me" vi ricorda qualcosa ?

Quel mazzolin di fiori

Quel mazzolin di fiori
che vien dalla montagna,
e bada ben che non si bagna
chà© lo voglio regalar.

Lo voglio regalare,
perch੠l'ਠun bel mazzetto;
lo voglio dare al mio moretto,
questa sera quando 'l vien.

Stasera quando viene,
sarà  una brutta sera,
e perchà© sabato di sera,
lui non ਠvenuto a me.

Non l'ਠvenuto a me
l'ਠandà  da la Rosina,
e perchà© mi son poverina
mi fa pianzer, sospirar.

Fa pianzer e sospirare
sul letto dei lamenti.
E cosa mai diran le genti
cosa mai diran di me.

Diran che son tradita,
tradita nell'amore,
e allora a me mi pianze il cuore
e per sempre pianzerà .

Abbandonato il primo,
abbandonà  il secondo,
abbandono tutto il mondo
e non mi marito più.

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Ialma
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Messaggioda Ialma » 25 agosto 2007, 23:57

ritornando in topic, la faccenda dei "foglietti" venduti dagli ambulanti ਠqualcosa di cui avevo sentito parlare più e più volte, ma mi chiedo se possano avere una imporanza davvero rilevante. qualcuno ne sa qualcosa ?


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