Saga of a Folksong Hunter

march
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Saga of a Folksong Hunter

Messaggioda march » 10 novembre 2006, 14:18

Carissimi, vi mando un link ad un articolo del più grande ricercatore di musica popolare il mitico Alan Lomax. Ho cercato una traduzione in italiano nel web ma non ne ho trovate. Siccome secondo me questo articolo é meraviglioso e imprescindibile per chi ama la musica popolare, mi propongo di tradurlo, magari a pezzi piccoli, quando ho tempo (se qualcuno vuole aggiungere pezzi di traduzione si fa prima).

Saga di un cacciatore di canzoni popolari
http://www.culturalequity.org/alanlomax/saga.html

Interessante capire come sono nate certe idee e come sono andate a finire alcune sperimentazioni...un po' di storia per cercare di capitalizzare l'esperienza di un grande uomo.

Frag
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Messaggioda Frag » 11 novembre 2006, 0:09

Va bene, inizio a tradurlo lunedì ok??
vi posto un pezzo per volta, mica lo faccio tutto in un giorno...

march
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prima parte

Messaggioda march » 13 novembre 2006, 19:06

Saga di un cacciatore di canti popolari
Un Odissea di vent anni con Cilindri, Dischi e Nastri
di Alan Lomax. "HiFi Stereo Review", Maggio 1960.

Per i musicologi del 21mo secolo, la nostra epoca potrebbe essere ricordata non per il nome di una scuola di compositori o per uno stile musicale. Potrebbe essere giustamente chiamato il periodo del fonografo o l era dell orecchio d oro, quando, per un certo periodo, un appassionata curiosità  uditiva mise in ombra l abilità  di creare musica. Piastre di registrazione e giradischi immortalavano swing, musica sinfonica, pop e musica tradizionale con la stessa qualità  sonora ed LP hi-fi portavano la musica di tutto il mondo a portata di mano dell umanità . Diventò più importante far ascoltare la musica esistente piuttosto che andare avanti con i lavori in qualche modo stantii della tradizione sinfonica. Il nudo muggire nei djedbangari australiani ed Heifetz che improvvisava sulle sue corde di budello erano entrambe registrate brillantemente. La razza umana ascoltava, rimuginando, chiedendosi se ci dovesse essere un linguaggio musicale universale e cosmopolita o se fossimo invece dovuti tornare alla tradizione ormai fuori moda dei nostri predecessori, con una musica diversa in ogni villaggio. Questo, almeno, é quanto mi accadde.

Nell estate del 1933, la vedova di Thomas A. Edison diede a mio padre una vecchia macchina a cilindro Edison in modo che potesse registrare le melodie dei neri per un libro in via di pubblicazione sulle ballate americane. Per noi questo strumento era un modo per raccogliere dei pezzi in modo rapido e accurato ma per i cantanti invece la gracchiante e graffiata voce che veniva fuori dalla tromba acustica significava che erano riusciti ad instaurare un contatto comunicativo con un mondo di certo più grande di quello di appartenenza. Un carcerato del Tennessee improvvisò percuotendo il coperchio di un secchio di lardo. Quando ascoltò la sua registrazione, sospirò e disse: "Quando quell uomo alla Casa Bianca sentirà  come suono bene, manderà  qualcuno qui a liberarmi!". Leadbelly, allora ergastolano presso il penitenziario della Louisiana, registrò in una ballata una richiesta di grazia al Governatore O. K. Allen, persuase mio padre a portare il disco al Governatore e fu in seguito rilasciato nel giro di sei mesi.

Mi ricordo una sera in una piantagione di un mezzadro nel sud del Texas. I campi erano tutti bianchi di cotone, ma le famiglie di neri indossavano stracci. In serata si radunarono in una piccola chiesetta malconcia per cantare per la nostra macchina. Dopo qualche spiritual la gente chiamò Blue: "Vieni su e canta la tua canzone Blue!". Blue, un tipo alto con una salopette sbiadita, fu spinto nel cerchio illuminato e prese il microfono a tromba. "Canterò la mia canzone solo una volta – disse – dovete catturarla la prima volta che la canto". Avviammo il motorino, appoggiammo la puntina di registrazione sul cilindro e Blue iniziò:

[i:950dae015a]Povero contadino, povero contadino,
Povero contadino, si prendono tutto quello che il contadino fa. . .[/i:950dae015a]
Qualcuno nell ombra cominciò a ridacchiare. Gli occhi spaventati si voltarono verso il retro della sala dove il proprietario della fattoria, un bianco, stava ad ascoltare al buio. Il sudore imperlò la fronte di Blue mentre continuava a cantare:

[i:950dae015a]I suoi vestiti sono pieni di toppe, il suo cappello pieno di buchi,
Piegarsi sulle ginocchia, raccogliere il cotone, sin dalle sue radici
Povero contadino, povero contadino . . .[/i:950dae015a]

La canzone era un accusa in rima contro il sistema della mezzadria ed il povero Blue aveva temuto che noi l avremmo censurata. Aveva anche rischiato la pelle per registrarla. Ma fu ricompensato. Quando la spettrale voce dell Edison ripetà© le sue parole, qualcuno gridò: "Quella cosa parla giusto. Blue, ce l hai fatta questa volta!". Blue calpestò con forza il suo cappello malandato. La folla scoppiò in un applauso. Quando pensammo di guardarci intorno, il dirigente bianco era scomparso. Ma nessuno sembrava preoccupato. La gente della piantagione aveva messo i propri sentimenti in quella registrazione!

Come capirono Blue e i suoi amici, il registratore può essere una voce per chi non ha voce, per i milioni di persone nel mondo che non hanno accesso ai principali canali di comunicazione, le cui culture sono discusse fino alla nausea da ogni sorta di gente ben intenzionata (professori, missionari, ecc.) e che sono invece stati ridotti al silenzio dai nostri altoparlanti, comprati e pagati con attività  commerciali. Impiegai molto tempo a capire che il principale obiettivo della mia attività  era di riequilibrare un po la bilancia, mettere la tecnologia audio al servizio della gente, portare canali di comunicazione ad ogni sorta di artisti e di aree geografiche.

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Re: Saga of a Folksong Hunter

Messaggioda trattino » 13 novembre 2006, 20:20

Saga di un cacciatore di canzoni popolari
http://www.culturalequity.org/alanlomax/saga.html

Veramente bello. Lui si che si può dire "uomo di mondo".

Dell'articolo vi invito a vedere la chitarra battente del cagnanese, oltre che le "belle anime" di Carpino.

march
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Seconda puntata: la rilettura in chiave moderna

Messaggioda march » 29 novembre 2006, 10:47

Nel frattempo continuai a lavorare come folclorista. Dall oceano della tradizione orale raccoglievo le canzoni e le storie che pensavo potessero essere di qualche utilità  o interesse per il mio gruppo di riferimento, gli intellettuali della classe media. Mi ricordo di come mio padre ed io eravamo soliti parlare, in quei giorni così lontani, venticinque anni fa, di come un grande compositore potesse usare la nostra roba come base per un opera tutta americana. Rimanevamo un po nel vago riguardo questa possibilità , perchà© noi eravamo texani e non avevamo mai visto un vero compositore.

Continuai a parlare di quell opera americana basata su temi popolari, finchà© un anno la Columbia Broadcasting System commissionò a un gruppo fra i più validi compositori americani di scrivere degli arrangiamenti per le canzoni popolari presentate nelle mie serie per "School of the Air" della CBS. La formula era semplice. Prima si presentavano le affascinanti melodie popolari, suonate e cantate da me o dai miei amici in modo semplice e genuino. Quindi le stesse venivano tramutate dalla magia della tecnica sinfonica in musica colta, esattamente come deve essere accaduto con Bach ed Haydin ed i ragazzi. Questa era educazione musicale.

Mi ricordo il giorno in cui portai tutte le nostre più belle registrazioni sul campo di [i:8731fc6264]John Henry [/i:8731fc6264]ad uno dei migliori compositori del gruppo, un uomo estremamente brillante e indaffarato che credeva genuinamente di apprezzare le canzoni popolari. Gli feci ascoltare tutte le possibili varianti di [i:8731fc6264]John Henry,[/i:8731fc6264] tanto entusiasmante da fare arrampicare sui muri un moderno appassionato di musica popolare. Tuttavia appena i miei cantanti finivano di cantare una o due strofe, il compositore diceva: "Bene, adesso ascoltiamo la prossima melodia". Impiegò circa mezz ora per imparare tutto ciò che aveva da dirgli [i:8731fc6264]John Henry[/i:8731fc6264], la nostra ballata più bella. Alla fine me ne andai con le mie preziose registrazioni, non sapendo se essere colpito dalla sua abilità  o arrabbiato invece per il fatto che non aveva per niente ascoltato [i:8731fc6264]John Henry [/i:8731fc6264]sul serio.

Quando il suo pezzo fu mandato in onda i miei dubbi svanirono. Il mio amico compositore aveva trascritto le melodie accuratamente, ma la sua composizione parlava per la Parigi di Nadia Boulanger e non per la terra selvaggia e per le travagliate persone che avevano composto il pezzo. Lo spirito e l emozione di [i:8731fc6264]John Henry [/i:8731fc6264]non splendevano da nessuna parte nel suo brano, perchà© lui non le aveva mai ascoltate e tanto meno provate sulla propria pelle. E lo stesso cliché fu confermato per tutte le suite folk-sinfoniche per venti noiose settimane. L esperimento, che deve essere costato alla CBS una piccola fortuna, fu un fallimento colossale, non essendo riuscito a produrre una singola battuta musicale che potesse essere associata positivamente con la tradizione popolare. Col passare degli anni ho trovato sempre meno interessante la trasformazione in chiave sinfonica delle canzoni popolari. Ogni tradizione ha il suo posto nel sistema di bisogni dell umanità , ed eventuali matrimoni forzati producono spesso figli malaticci. Forse le nostre opere popolari americane arriveranno da fonti che minimamente sospettiamo, forse da qualche ragazzo al college che ha imparato a suonare il banjo a cinque corde e la chitarra secondo lo stile folk, o da qualche geniale montanaro ancora sconosciuto che svilupperà  una genuina orchestra popolare americana.
Ultima modifica di march il 23 agosto 2007, 11:53, modificato 1 volta in totale.

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Messaggioda trattino » 29 novembre 2006, 12:37

Continua non ti fermare, march.

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Terza puntata: un nuovo modo di fare ricerca

Messaggioda march » 18 aprile 2007, 14:41

Agli inizi, quando raccoglievamo materiale con i nostri registratori per quell idea dell opera americana o per i nostri libri, normalmente registravamo solo una o due strofe per ogni canto. Il registratore Edison di quella prima estate fu seguito da un giradischi portatile che permetteva di incidere una traccia audio su un piatto di alluminio ricoperto di grasso; ma l incisione della superficie era enormemente rumorosa e, fra l altro, eravamo troppo a corto di soldi per essere generosi con i dischi. Oggi il ricordo di tutte quelle esecuzioni complete che tagliammo mi da ancora delle fitte nella mia coscienza. Ancora più doloroso é il pensiero che molte delle cose più belle che raccogliemmo per il Library of Congress sono su quei maledetti dischi di alluminio. Probabilmente oltrepasseranno il secolo, portando con se le loro proprietà  acustiche che li renderanno insopportabili a chiunque se non alle orecchie più resistenti.
Questa pratica barbarica di registrare campioni di melodie non durò a lungo dal momento che il nostro lavoro aveva trovato una casa all Archive of American Folk Song, fondato presso il Library of Congress dall ormai scomparso Herbert Putnam, allora bibliotecario; qui c erano abbastanza soldi per avere una certa abbondanza di dischi. A quel momento eravamo arrivati a capire che la pratica dei cantori popolari di variare la melodia da strofa a strofa all interno di un canto esteso era un arte al contempo antica nella sua tradizione e raffinata nella sua esecuzione; qualcosa che in definitiva meritava di essere documentata esaustivamente. Fu così che iniziammo a registrare i canti nella loro interezza.

Quando venni a sapere che i russi avevano iniziato a scrivere intere e complete storie sulla vita dei loro principali cantori di ballate, iniziai anch io a buttare giù lunghe biografie musicali delle persone più interessanti che incrociavano la mia strada. Per cui la vita e il repertorio di Leadbelly divennero un libro (la prima biografia di un cantore popolare in inglese) che purtroppo andò fuori stampa solo un anno dopo la prima publicazione. Jelly Roll Morton, Woody Guthrie, Aunt Molly Jackson, Big Bill Broonzy e una dozzina di altri cantori meno conosciuti raccontarono le loro vite e le loro filosofie di vita per i microfoni della Biblioteca Congressuale (Library of Congress). Fu in questo modo che capii che la musica popolare contestualizzata in un dialogo sui temi popolari aveva molto più senso che in una sala concerti.

Dal 1942 l Archivio della Musica Popolare Americana (Archive of American Folk Music) era diventata un istituzione di riferimento mondiale nel suo genere, con varie migliaia di canti registrati da tutti gli Stati Uniti e parte dell America Latina. Con Harold Spivacke, responsabile della Divisione Musica, pianificai un indagine sistematica a livello regionale sulla musica popolare Americana. Prestavamo attrezzatura e qualche aiuto finanziario ai migliori ricercatori regionali. Avevamo il nostro laboratorio audio, avevamo publicato una serie di dischi pieni di note e testi che erano stati accolti con rispetto e ammirazione dai musei ed erano suonati nelle radio in giro per il mondo, sebbene molto poco negli Stati Uniti. Insegnando le nostre migliori scoperte ai nostri cantastorie (balladeers) più di talento come Burl Ives, Josh White e Pete Seeger, molti canti fino ad allora dimenticati cominciarono a raggiungere una certa circolazione a livello nazionale. Anche gli insegnanti di musica cominciarono a pensare seriamente all idea di usare i canti popolari americani come uno strumento per avvicinare alla musica i bambini americani (canti adeguatamente arrangiati con l accompagnamento del piano e censurati, ovviamente).
Ultima modifica di march il 23 agosto 2007, 11:54, modificato 1 volta in totale.

RonnaPaulina
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Messaggioda RonnaPaulina » 18 aprile 2007, 14:51

Un solo grande GRAZIE per quello che stai qui facendo, March!

march
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Quarta puntata: finanziamenti pubblici e passione personale

Messaggioda march » 20 aprile 2007, 15:51

Arrivò poi un giorno che un membro del Congresso, un federalista sostenitore dell autonomia decisionale delle comunità  locali (grass-roots), ispezionando casualmente le richieste di budget della Biblioteca del Congresso, si accorse di una voce di $15.000 per ampliare ulteriormente la collezione dell Archivio della Musica Popolare Americana. Al che questo signore partì come una locomotiva e diede un acceso discorso in cui pretendeva di sapere in base a quale diritto i soldi dei suoi elettori venivano spesi "da quel poeta radicale e capellone di Archibald MacLeish, che se ne andava su e giù per la Nazione raccogliendo canti vagabondi".

Una scandalizzata Commissione del Congresso fece fronte a questa emergenza nazionale. Non solo cancellò completamente il budget per l Archivio ma insieme a quello tagliò un milione di dollari che erano già  stati allocati per la crescita della Biblioteca. La nostra Biblioteca nazionale avrebbe dovuto fare a meno di acquistare libri, riviste specialistiche e manoscritti per un anno, ma almeno anche quel poeta avrebbe dovuto smettere di fare qualunque cose stesse facendo con quei "canti vagabondi".

Non ero certo la persona più popolare alla Biblioteca del Congresso nella settimana seguente. Il mio nome non era stato menzionato in Commissione, ma la colpa di quello che era successo fu riversata su di me, dal momento che i miei rumorosi oggetti rotondi non avevano mai trovato integrazione con il tranquillo mondo rettangolare dei miei colleghi bibliotecari. Per alcuni giorni camminai per quei corridoi di marmo immerso nel silenzio. In seguito, con il ricorso a pressioni personali e scambi di favori, il milione di dollari per la Biblioteca fu nuovamente stanziato, sebbene evidentemente con l opinione diffusa che l Archivio per la musica popolare non avrebbe dovuto beneficiarne minimamente.

Per quanto ne sappia, da quel giorno non furono mai più stanziati fondi governativi per la ricerca di canti "vagabondi". Nonostante negli anni l Archivio ha continuato a crescere, grazie a scambi e donazioni, ha smesso di essere quel centro attivo per la raccolta sistematica di cui così disperatamente abbiamo bisogno in questa nostra sconosciuta nazione dai così tanti tratti popolari. Dico "per quanto ne sappia" perché quando fu chiaro che l Archivio non sarebbe più stato un centro per la ricerca sul campo, scrollai con tristezza la polvere di marmo della Biblioteca dalle mie scarpe e non tornai più lì, se non per visite occasionali.

Tuttavia, una volta che ti prende l abitudine di fare registrazioni sul campo é difficile che ti abbandoni. Ti tornano in mente tutte quelle volte in cui in una sessione di registrazione sul campo hai trovato il momento giusto. Quei momenti in cui nasce un intimità  tale da farti pensare quasi ad amore. L esecutore ti dona il suo sentimento più forte e profondo e, nel caso di un cantore popolare, questa emozione può rivelare il carattere della sua intera comunità  di appartenenza. Un esperto raccoglitore di musica popolare può generare comunicazione a questo livello dovunque egli decida di posizionare il suo registratore. Chiedetegli come sia capace di questo e lui non riuscirà  a dirvi più di quanto possa dirvi un sacerdote se gli chiedeste come fare una bella predica. Ci vuole pratica e un forte desiderio di conoscenza da parte del ricercatore che il cantore possa sentire e aver voglia di soddisfare.

Giurai che non avrei più toccato un altro registratore dopo che lasciai la Biblioteca del Congresso; ma poi, in qualche modo, mi ritrovai possessore del primo buon registratore portatile a nastro disponibile dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non c era più quel grattare di aghi sul disco di alluminio, non c era più da preoccuparsi della scorciata e delicata superficie degli acetati. Si otteneva invece una traccia audio pulita con una qualità  migliore di quanto abbia mai creduto possibile. In più si trattava di una macchina che in teoria andava da sola, lasciandomi libero di dare la mia piena attenzione ai musicisti.

Mi precipitai di nuovo con la mia macchinetta al Penitenziario Parchman (Mississippi), dove io e mio padre avevamo trovato il più bello, selvaggio e complesso modo di cantare canti popolari di tutto il Sud. La grande bufera del 1947 ci colse durante la sessione di registrazione e i carcerati si trovavano nel bosco con 15 centimetri di neve e mentre le lame delle loro asce luccicavano di blu nella luce invernale, loro urlavano i loro ironici lamenti a Rosie, la divinità  femminile del carcere del Mississippi:

[i:f958421f36]C é un unica cosa che ho sbagliato
Fin troppo in Mississippi sono restato
Vieni a prendermi Rosie e portami a casa
Questi demoni addosso avrò per tutta la vita[/i:f958421f36]

Sebbene si disintegrò dopo quel primo viaggio, il mio registratore preistorico riproduceva i canti dei miei amici carcerati così fedelmente che sancì il mio matrimonio con i registratori a nastro. Ero ignaro allora dei tormenti e del nervoso che mi sarebbe derivato dal lavoro di giuntura dei nastri e degli anni che avrei speso in soffocanti studi di doppiaggio alla ricerca senza fine di una resa sempre migliore dei miei musicisti popolari.

Lo sviluppo delle registrazioni LP, un mezzo quasi perfetto per pubblicare una collezione di canti popolari, mi diede un ulteriore incentivo, dal momento che un LP poteva raccogliere tanta musica popolare quanto un normale libro monografico e presentare la vitale realtà  di uno stile di canto esotico in un modo che la notazione musicale non avrebbe mai potuto fare. Ad una conferenza estiva che affrontava i problemi delle tradizioni popolari internazionali, tenutasi nel 1949, proposi ai miei colleghi, tecnicamente più inesperti, di formare un comitato per pubblicare il meglio dei nostri ritrovamenti di musica popolare in una serie di LP che avrebbe coperto l intero mondo della musica popolare. Fu esattamente una sola persona che votò a favore della mia proposta, ed era fra l altro un mio amico stretto.
Ultima modifica di march il 23 agosto 2007, 11:56, modificato 1 volta in totale.

march
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Quinta puntata: il progetto World Library of Folk Music

Messaggioda march » 23 aprile 2007, 17:01

La miopia degli accademici era ancora uno dei miei argomenti preferiti, quando un giorno, poche settimane dopo, mi capitò di incontrare Goddard Lieberson, presidente della Columbia Records, in un caffé a Broadway. La sua reazione alla mia storia fu di essere d accordo sul fatto che sarebbe stata un idea interessante una Biblioteca mondiale di musica popolare (World Library of Folk Music) su LP, sempre che per me fosse stato possibile raccogliere tutto il materiale ad un costo ragionevole. Emerse allora un ombra dal mio passato che venne a darmi una mano in questo mio progetto.

Il primo canto registrato per la Biblioteca del Congresso, "Goodnight Irene" di Leadbelly, era appena diventato un successo molto popolare quell anno e mi sembrò, in tutta onestà , che la mia parte di royalty si sarebbe dovuta spendere in ulteriore ricerca sulla musica popolare. Per cui, nel giro di dieci giorni dalla mia chiacchierata con Lieberson, mi ritrovai a navigare verso l Europa con un nuovo registratore Magnecord nella mia cabina e la musica popolare del mondo come mia destinazione. Un po arrogantemente assicurai i miei amici al porto che, collaborando con gli esperti di musica popolare europei e utilizzando i loro archivi, il lavoro non sarebbe durato più di un anno. Era l Ottobre del 1950.

Era il Luglio del 1958 quando effettivamente tornai a casa con 20 dei 40 nastri promessi. Diciassette LP in tutto furono pubblicati con la Columbia, in ognuno dei quali era concentrata musica popolare derivante da tante aree differenti, con il lavoro editoriale dei massimi esperti nello specifico campo. Ulteriori undici LP sulla musica popolare in Spagna furono curati e pubblicati da Westminster. "Irene" aveva da tempo smesso di pagarmi le spese per le mie battute di caccia ai canti popolari. Effettivamente per alcuni anni avevo sostenuto il mio sogno di una "vox humana" internazionale facendo un programma radio sul terzo canale della BBC. Ero inoltre diventato un vero maestro nel far passare di nascosto il mio registratore e il suo seguito di balle di nastro attraverso le frontiere, e addirittura sotto gli occhi di un dittatore europeo nella sala da pranzo di un hotel.

C erano vari motivi per i quali il mio efficiente piano fatto in America era saltato. Per prima cosa esistevano solo pochi archivi di registrazioni di musica popolare che al contempo erano abbastanza ampi e sufficientemente di qualità  per produrre un ora di nastro che avrebbe potuto rappresentare in modo accettabile un intera nazione. In seconda battuta, non tutti gli studiosi o gli archivisti risposero con piacere alla mia offerta di pubblicare il suo lavoro in buono stile e con una buona royalty dall America. Ci fu un eminente musicologo che richiese tutte le sue royalty in anticipo (qualunque cosa esse fossero) perchà© non si fidava delle grosse società  americane (al contempo era anche un violento anti-comunista). Ancora un altro si opponeva a rendere pubbliche le sue registrazioni prima della pubblicazione della sua personale analisi delle stesse. Altri, come i curatori dei musei nazionali, avevano le mani legate dalla complessità  burocratiche dei loro regolamenti. In un caso, per esempio, nonostante l unanime accordo in favore del mio progetto di registrazione, ci volle un anno perchà© il contratto fosse approvato dal Ministero delle Belle Arti e quindi un altro anno perchà© fosse ultimata la selezione delle tracce. E per quanto riguarda i ricercatori della Russia Sovietica, dieci anni di lettere non hanno ancora avuto una risposta al mio invito a contribuire al progetto "World Library".

Semplicemente non potevo permettermi di andare dovunque in persona. Molto del materiale per la "World Library" l avevo dovuto raccogliere per corrispondenza, e il tutto in una moltitudine di lingue. Un immensa cartella di lettere mi accompagnava ovunque andassi e inevitabilmente ci fu un gran numero di dolorose incomprensioni. Un signore in buona fede assunse un eccellente soprano per registrare le migliori canzoni popolari della sua nazione. Un altro ricercatore, agli antipodi e più antropologo che musicista, mi spedì meravigliosi nastri di musica fino ad allora sconosciuta, tutta registrata costantemente a velocità  sbagliate e senza alcuna indicazione che potesse indicarne le variazioni. Il peggiore incidente, quello che ancora mi fa venire gli incubi, riguarda una signora che, in forza del mio contratto, fece un viaggio sul campo di sei mesi e mi mandò dei nastri di così povera qualità  tecnica che gli ingegneri del suono a Parigi non furono in grado di sistemarli. Non ebbi altra scelta che rimandarle i nastri e la signora si trovò senza poter fare altro a dover lasciare la sua terra d origine per scappare ai creditori.

Nonostante questi problemi, il lavoro complessivamente andò avanti tranquillamente, dal momento che le registrazioni dell archivio della Library of Congress mi avevano preceduto procurandomi amici un po dovunque. I miei colleghi europei devono aver trovato molto stimolante portare in giro il loro collaboratore americano attraverso terre sconosciute dal punto di vista musicale. E nonostante mi fossi promesso di tenermi alla larga dalle registrazioni sul campo e di comportarmi solo come un editore, era davvero troppo forte per me la tentazione esercitata da aree di musica popolare inesplorate o inadeguatamente registrate nel cuore del continente dal quale la nostra civiltà  aveva tratto origine.
Accadde quindi che il mio era il primo registratore portatile ad alta fedeltà  che era stato messo a disposizione della raccolta di musica popolare. Fu così che subito lo misi al servizio della musica che i miei nuovi colleghi amavano tanto. Trascorsi l inverno del 1950 nella parte ovest dell Irlanda, dove i canti hanno una tale bellezza preziosa che facilmente ti viene da credere, come fanno gli Irlandesi stessi, che la musica sia un dono delle fate. L estate successiva, in Scozia, registrai delle ballate al confine con l Inghilterra fra i contadini dell Aberdeenshire, e successivamente i canti corali pre-cristiani delle isole Ebridi, fra i quali é possibile trovare le melodie popolari più nobili dell Europa occidentale.
Ultima modifica di march il 23 agosto 2007, 11:58, modificato 2 volte in totale.

Liolà
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Messaggioda Liolà » 23 aprile 2007, 23:43

Grazie Marcello per quello che stai facendo e per il tempo che ci stai dedicando in questa discussione.
Continua...

Avvocatista
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Messaggioda Avvocatista » 24 aprile 2007, 9:32

[quote:6cf54b4403]Ogni tradizione ha il suo posto nel sistema di bisogni dell umanità , ed eventuali matrimoni forzati producono spesso figli malaticci.[/quote:6cf54b4403]

[quote:6cf54b4403]"Canterò la mia canzone solo una volta – disse – dovete catturarla la prima volta che la canto". [/quote:6cf54b4403]

[quote:6cf54b4403]"Trascorsi l inverno del 1950 nella parte ovest dell Irlanda, dove i canti hanno una tale bellezza preziosa che facilmente ti viene da credere, come fanno gli Irlandesi stessi, che la musica sia un dono delle fate"[/quote:6cf54b4403]

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Sesta puntata: l'avventura spagnola

Messaggioda march » 23 agosto 2007, 11:51

Nell estate del 1953 fui messo al corrente dalla Columbia che la pubblicazione delle mie serie sarebbe dipesa dalla mia capacità  di mettere insieme un disco di musica popolare spagnola. E fu così che, ingoiando il mio disgusto per El Caudillo e i suoi lavori, mi trascinai ad una conferenza sul folklore nell isola di Maiorca, con l obiettivo di trovare da solo un editore spagnolo. A quel tempo non sapevo che il mio compagno di viaggio olandese era figlio dell uomo che guidò la resistenza clandestina in Olanda durante l occupazione nazista, ma lui fu invece riconosciuto dal professore che teneva la conferenza. Quest uomo era un rifugiato nazista che aveva preso la direzione dell archivio di musica popolare di Berlino dopo che Hitler aveva rimosso il suo precedente responsabile ebreo e che, dopo la guerra, era scappato in Spagna e lì era stato incaricato di fare ricerca sulla musica popolare all Istituto di Studi Superiori di Madrid. Quando gli parlai del mio progetto, mi rispose che personalmente credeva che nessun musicologo spagnolo mi avrebbe aiutato. Mi consigliò anche di lasciare la Spagna.

Non avevo realmente intenzione di rimanere. Avevo solo poche bobine di nastro a portata di mano e non avevo fatto alcuno studio di etnologia spagnola. Questa era tuttavia la mia prima esperienza con un Nazista e, mentre guardavo questo idiota autoritario dall altra parte del tavolo da pranzo, mi promisi che avrei registrato la musica di questa nazione così nell ombra, a costo di passarci il resto della mia vita. In fondo in fondo ero anche particolarmente attratto dall idea di un avventura in un ambiente che mi ricordava così tanto del mio nativo Texas.

Per un mese o quasi girovagai senza meta, accecato dalla pesante bellezza della terra, sul punto di svenire alla vista di questa nobile gente, buttato a terra dalle condizioni di povertà  diffuse e dallo stato di polizia che vigeva. Vidi che in Spagna il folklore non era pura fantasia e intrattenimento. Ogni villaggio spagnolo era un sistema culturale a sà© stante con delle tradizioni che penetravano ogni aspetto della vita; ed era stato questo sistema di costumi tradizionali, spesso pagani, a costituire l armatura spirituale degli Spagnoli contro le tante forme di tirannia imposte su di loro nei secoli. Era nel sapere popolare (folklore) da loro ereditato che i contadini, i pescatori, i mulattieri e i pastori che incontrai trovavano i modelli di riferimento per quel loro nobile modo di comportarsi e per quel senso del bello che li rendeva degli amici così meravigliosi.

Non ਠmai stato difficile trovare i migliori cantori in Spagna, perchà© tutti nel loro vicinato li conoscevano e sapevano come e perchà© essi erano i più raffinati nel loro stile locale. E fatta eccezione per l affamato sud, nessuno chiedeva soldi in cambio dei loro canti. Io ero per loro un ospite e, soprattutto, uno spirito fratello che apprezzava le cose che loro stessi trovavano belle. È per questo che un ricercatore in Spagna trova qualcosa di più che semplici canzoni: fa amicizie durature e rinnova il suo credo nell umanità .

La Spagna che era maggiormente ricca sia di musica che di bella gente non era il Sud, con il suo flamenco e le sue calienti radici gypsy, ma le calme e ombrose pianure dell ovest, gli altipiani della Castiglia del Nord e gli intricati e verdi boschi sui Pirenei dove la Spagna fronteggia l Atlantico ed il Golfo di Biscaglia. Ricordo ancora quella notte che trascorsi nella paglia, in compagnia di un pastore nelle pianure dell Extremadura sotto la luce della luna. Lui suonava la vihuela (viella), lo strumento dei menestrelli medioevali, e cantava ballate sulla guerra di Carlo Magno, mentre i suoi anziani amici di sempre sospiravano sulle sfortune degli amanti di Corte, già  da cinquecento anni sepolti nella polvere. Mi ricordo che il capo della facoltà  di Storia all università  di Oviedo, quando sentì la mia storia, cancellò tutti i suoi impegni per una settimana, in modo da potermi guidare nella sua amata provincia di montagna alla ricerca dei cantori più bravi. Mi ricordo una notte, in porto per baleniere nell area basca, quando rientrò la flotta e i marinai trovarono le loro donne in un piccolo bar e, alzando i loro bicchieri, cominciarono a cantare con un armonia così solida che pochi cori esperti avrebbero potuto eguagliare.

Passarono così sette mesi di avventure inzuppate di vino. Le gomme della mia Citroen si erano logorate fino a diventare così lisce che in un piovoso giorno invernale in Galizia mi trovai ad avere nove buchi. La temibile Guardia Civile, con i suoi cappelli neri, aveva il mio nome sulla loro lista, non saprò mai perchà©, visto che non fui mai arrestato. Eppure evidentemente loro sapevano sempre dove mi trovavo. Non importava in quale improbabile punto abbandonato da Dio installassi la mia attrezzatura sulle montagne, loro apparivano come tanti avvoltoi neri, portando con sà© la puzza della paura – e questo faceva perdere d animo i musicisti. Era arrivato il momento di lasciare la Spagna. Avevo settantacinque ore di nastro con canti bellissimi da ogni provincia e, viva nei miei ricordi, si stagliava la nuova immagine di una mappa dei diversi stili di canto popolare spagnoli, gli antichi canti corali a nord, i canti solisti e orientaleggianti del Sud, le dure voci dei centri moderni, terra della ballata e dei nuovi testi. La Spagna era sul nastro, a dispetto del mio professore nazista. Non vedevo l ora in quel momento di passare un po di tempo in Inghilterra, dove avrei potuto mandare in radio i miei tesori musicali iberici tramite la BBC.

Nei giorni precedenti, l ostilità  fra i giornali e il Partito Conservatore si erano combinate per snaturare il Terzo Programma della BBC, era diventato probabilmente il più libero e influente forum culturale del mondo occidentale. Se avevi qualcosa di interessante da dire, se la musica che avevi composto o trovato era fresca e originale, riuscivi ad avere ascolto sul "Terzo". Alcuni dei migliori poeti in Inghilterra si sostenevano principalmente grazie alle entrate ottenute dalle loro trasmissioni sul Terzo Programma, entrate che venivano loro sontuosamente riconosciute con la regola di una moneta d oro per ogni riga. La censura era minima e, se un lavoro letterario lo richiedeva, anche le parolacce erano ammesse (all the four-letter anglo-saxon words were used). Potevi anche essere certo che se il tuo intervento veniva trasmesso sul "Terzo", questo era ascoltato da gente intelligente, seriamente interessata all argomento.

Il mio pubblico radiofonico in Gran Bretagna era attorno al milione, non tanto secondo gli standard di pubblico americano, ma sicuramente una platea cui valeva la pena di parlare. Non potevo discutere di politica, considerato che il mio argomento era la musica popolare spagnola, ma ero ancora così furente per la miseria e l oppressione politica che avevo visto in Spagna che i miei sentimenti affiorarono spesso fra le righe e i miei ascoltatori ne furono, o almeno così mi scrissero, profondamente commossi. Ad ogni modo le trasmissioni sulla Spagna smossero le acque e i capi del Terzo Programma mi commissionarono di andare in Italia per fare una simile indagine sulla musica popolare del luogo.

Gianlu
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Messaggioda Gianlu » 29 agosto 2007, 18:30

Provo a continuare un po' io...prendetela come una bozza, ci sono passaggi che mi risultano leggermente misteerioooosii.
Marcello, necessito di una tua supervisione!



Quell'anno sarebbe stato il più felice della mia vita. Molti Italiani, non importava chi fossero o cosa facessero, tenevano in grossa considerazione il concetto di estetica.
Potevano avere solo colline rocciose da lavorare con le loro nude mani, ma su quelle colline avrebbero costruito una casa o un intero villaggio il cui aspetto si sarebbe adattattato superbamente al paesaggio. Alla stessa maniera, una comunità  può avere una tradizione folk ristretta a solo una o due melodie, ma anche una volontà  appassionata che queste vengano cantate nel modo giusto.

Ricordo un giorno quando sistemai il vecchio ed ammaccato Magnecord su una chiatta per la pesca al tonno, quindici miglia al largo sul Mediterraneo blu e trasparente. I tonni non erano finiti nella rete per mesi e i pescatori non erano stati pagati per almeno un anno. Così iniziarono dei canti da pesca, come se stessero realmente effetuando una ricca caccia e ad un certo punto sbatterono i loro piedi nudi sul pontile, simulando perfettamente le convulsioni di morte di una dozzina di tonni. Poi, all'ascolto della loro imitazione, si applaudirono come cantanti d'opera. I loro canti, i primi credo ad essere registrati in situ, trattavano esclusivamente due temi: i piaceri del letto che li attendevano a terra e la furfanteria del loro proprietario, soprannominato pesce cane (pescecane o squalo).

Sulle montagne sopra Sanremo registrai ballate francesi medioevali, cantate come credo fossero originariamente, in contrappunto e ritmo che mostrò come fossero allo stesso tempo danze corali.
In un bar al porto di Genova ascoltai il lungo ripetersi dei ritornelli in cinque parti degli scaricatori di porto - nel più complicato stile folk corale polifonico dei Caucasici, completamente disdegnato dai rispettabili cittadini del ricco porto italiano.
A Venezia trovai ancora in uso i canti dei costruttori di palafitte che una volta accompagnavano il lavoro dei battipali, che tanto tempo fa piantarono milioni di pali di quercia nel fango, costruendo le fondamenta della più bella città  europea.
Sugli Appennini vidi eseguire ai contadini un'opera folk di tre ore basata sulle leggende carolinge e chiamate maggi (opere di Maggio), tutto ciò in uno stile in uso a Firenze prima che ci arrivasse l'opera.
Queste esecuzioni in questo tipo di stile di bel canto folk, mi portarono a supporre che le radici di questo tipo di vocalizzi per come li conosciamo oggi nell'opera, potrebbero avere le loro origini da qualche parte nell'antica Toscana.
Lungo la costa napoletana trovai comunità  le cui musiche rimandavano al Nord Africa, un'antica tradizione folk risalente al periodo di dominazione dei Mori nono secolo. Pochi chilometri nell'interno sulle colline ho ascoltato un gruppo di artigiani di un paesino, strettamente affine agli shakespeariani Snug e Bottom, a metà  tra un musical burlesco e la commedia dell'arte.

L'austera e adorata penisola Italiana si trasformò in pratica in un museo di antichità  musicali, dove giorno dopo giorno scovai antichi generi di canti folk totalmente sconosciuti ai miei colleghi a Roma. per caso mi trovai ed essere la prima persona che ha registrato nel settore su tutto il territorio italiano e iniziai a capire come gli uomini del Rinascimento dovettero sentirsi dopo aver scoperto i tesori sepolti e nascosti dell'antichità  classica di greca e romana.
In un certo senso fui una sorta di Colombo della musica al rovescio. Non ero arrivato sulla scena troppo presto.

march
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Re: Saga of a Folksong Hunter

Messaggioda march » 1 aprile 2009, 10:43

Quasi due anni questo lavoro era rimasto in sospeso...e finalmente posso postare l'ultimo pezzo del puzzle..Gianlu..posto tutta l'ultima parte, perchè alcuni passaggi della traduzione che hai fatto gli ho un po' ritoccati..
wow..che emozione.. fra l'altro consiglio un libro di recente pubblicazione che riprende proprio quest'ultima parte dell'articolo e racconta l'esperienza di Alan Lomax in Italia. è un libro fotografico edito da Il Saggiatore e si intitola proprio come inizia quest'ultima parte: L'anno più felice della mia vita (Alan Lomax). Basta commenti, a voi l'ultima parte della saga.

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Quell'anno sarebbe stato il più felice della mia vita. La maggior parte degli italiani, non importa chi siano o che cosa facciano, tengono in grossa considerazione il concetto di estetica.
Possono avere solo un pendio roccioso e le loro mani nude per lavorarlo, ma su quel pendio sono in grado di costruire una casa o un intero villaggio il cui aspetto sia perfettamente in linea con il paesaggio circostante. Alla stessa maniera, una comunità può anche avere una tradizione popolare limitata solo a una o due melodie ma dimostrerà una cura passionale a che queste vengano cantate esattamente nel modo giusto.

Ricordo un giorno quando sistemai il vecchio ed ammaccato Magnecord su una chiatta per la pesca del tonno, quindici miglia al largo su un Mediterraneo blu e trasparente. Non erano finiti tonni nella rete per mesi e i pescatori non erano stati pagati da almeno un anno. Nonostante ciò iniziarono a urlare i loro “leva leva” (canti di issaggio), come se stessero realmente tirando a bordo una pesca grossa e, ad un certo punto, cominciarono a sbattere i piedi nudi sul ponte simulando perfettamente le convulsioni di una dozzina di tonni agonizzanti. Quindi, all'ascolto della registrazione, si applaudirono come tanti cantanti d'opera. I loro canti, i primi credo ad essere registrati sul campo, trattavano esclusivamente due temi: i piaceri del letto che li attendevano a terra e la bastardaggine del proprietario della peschereccio, da loro soprannominato pesce cane.


Sulle montagne sovrastanti Sanremo registrai delle ballate medioevali francesi, cantate come credo fossero originariamente le ballate, contrappuntate e ritmate, il che dimostrava che un tempo erano danze corali.
In un bar al porto di Genova ascoltai degli scaricatori di porto cantare ripetutamente i loro trallalleri a cinque voci – la più complessa forma di canto corale polifonico popolare a ovest del Caucaso, completamente disprezzata dai cittadini bene del ricco porto italiano.

A Venezia trovai ancora in uso i canti che una volta accompagnavano il lavoro dei battipali, che tanto tempo fa piantarono milioni di pali di quercia nel fango, costruendo le fondamenta della più bella città d’Europa.
Sugli Appennini vidi gli abitanti dei villaggi eseguire delle opere popolari della durata di tre ore basate sulle leggende carolinge e chiamate maggi (rappresentazioni del Maggio), tutto ciò secondo uno stile che a Firenze era in uso prima che lì arrivasse l'opera. Questi attori cantavano ricorrendo a un tipo di “bel canto” popolare che mi portò a supporre che le radici di quei vocalizzi che noi ascoltiamo al Teatro dell’Opera potessero facilmente avere le loro origini da qualche parte nell’antica Toscana.
Lungo la costa napoletana trovai delle comunità la cui musica conteneva suggestioni nordafricane, secondo una tradizione popolare risalente al periodo della dominazione moresca a Napoli nel nono secolo.
Pochi chilometri verso l'interno poi, sulle colline, ascoltai un gruppo di artigiani di paese, parenti stretti di Snug e Bottom di Shakespeare, che si destreggiavano in un divertente scherzo musicale direttamente proveniente dalla commedia dell'arte.

La selvaggia e meravigliosa penisola Italiana si rivelò nei fatti un museo di antichità musicali, dove giorno dopo giorno scoprivo antichi generi di canti popolari totalmente sconosciuti ai miei colleghi a Roma. Per caso mi trovai ed essere la prima persona a registrare sul campo nelle campagne italiane in modo sistematico e iniziai a capire come gli uomini del Rinascimento si dovevano essersi sentiti a seguito della scoperta di tesori nascosti e sepolti risalenti all’antichità classica greca e romana. In un certo senso ero una specie di Colombo della musica al contrario. E non ero arrivato sulla scena per niente in anticipo.

La maggior parte dei musicisti delle città considerano i canti delle vicine campagne con una crescente avversione altrettanto forte a quella che i borghesi neri americani sentono per i genuini canti popolari del profondo sud. Questi italiani di città vogliono che tutto sia bello o ingentilito. Per questo motivo (secondo una moda alquanto comune anche fra i nostri così detti cantanti folk americani attivi nello spettacolo) i professionisti della musica popolare in Italia lasciano fuori dalle loro esibizioni tutto ciò che è rabbia, fattore di disturbo o stranezza. E la Radio Italiana, fedele ai suoi obblighi con Tin Pan Alley, mette in onda un menu di musica pop napoletana e di jazz americano ogni giorno nelle migliori fasce orarie. È semplicemente naturale che i musicisti popolari di paese, dopo una certa esposizione agli schermi televisivi o agli altoparlanti della RAI, possano iniziare a perdere sicurezza nella loro tradizione.

Un giorno in cui faceva molto caldo, nell’ufficio del direttore artistico dei programmi di Radio Roma, persi la pazienza e lo accusai di essere direttamente responsabile di distruggere la musica popolare della sua Nazione, la più ricca eredità nel suo genere in tutta l’Europa occidentale. Contro questa persona di grande carisma, sfogai tutta la disperata rabbia che nutrivo per la nostra cosiddetta civilizzazione, una spietata azione di vendita che sta spazzando via dal mondo la memoria di tutti i modelli culturali non conformisti.
Con mia grande sorpresa accolse il suggerimento di programmare una trasmissione radio ogni giorno a mezzogiorno, ora in cui pastori e contadini italiani erano a casa e in pausa. Scrissi quindi un articolo appassionato per il giornale della radio, intitolato Le Colline Stanno Ascoltando, nel quale immaginavo i miei amici e i miei vicini prendere nuovo entusiasmo nell’udire le loro voci venir fuori dagli altoparlanti. In seguito, mesi più tardi, venni a sapere con mio grande imbarazzo che il mio pezzo era stato alla fine pubblicato su una poco conosciuta rivista specialistica e che le trasmissioni venivano mandate in onda la sera tardi, ben dopo l’orario in cui la classe lavorativa italiana era solita andare a letto, e per di più sul “Terzo Programma” italiano, ascoltato solo da una piccola minoranza di intellettuali.

Quand’è che capiremo che la risorsa più ricca del mondo è l’umanità stessa? E che fra tutte le sue opere la cultura è la cosa di maggiore valore? E dicendo questo non mi riferisco alla cultura con la “C” maiuscola – quella parte di arte che i critici hanno selezionato all’interno delle tradizioni colte dell’Europa Occidentale – ma piuttosto parlo di tutto quel complesso di fantasia e di saggezza dell’umanità, che prende la sua forma in immagini, melodie, ritmi, figure del parlato, ricette, danze, credenze religiose e modi di fare l’amore che ancora sopravvivono nella loro piena vitalità negli ambienti popolari e primitivi del nostro pianeta. Ogni più piccolo ramo della famiglia umana, in un tempo o in un altro, ha scolpito i suoi sogni a partire dalla roccia sulla quale viveva, sogni veri e a volte pieni di dolore, ma comunque pienamente coerenti con la loro specifica parte di terra. Ognuno di questi modi di esprimere emozioni è stato il manufatto di generazioni di poeti, musicisti e cuori umani ignoti. Ed ora noi, generazione dei jet, della radio e dell’esplosione atomica, siamo sul punto di spazzare completamente via dal globo quel poco di tradizioni popolari che ancora non sono state danneggiate, almeno lì dove non possano rapidamente conformarsi agli standard, basati sul successo, della nostra economia consumistica e cittadina. Quello che un tempo era un antico giardino tropicale pieno di colori e di immensa varietà corre il pericolo di essere sostituito da un confortevole, quanto sterile e noioso sistema di super autostrade culturali con soltanto un tipo di dieta e un solo genere di musica.

Ci sono solo pochi folkloristi sentimentali come me che sembrano disturbati da questa prospettiva oggi, ma un domani, quando sarà troppo tardi, e quando l’intero pianeta si sarà annoiato di video musicali automatici distribuiti massivamente, allora i nostri discendenti ci disprezzeranno per aver buttato via il meglio della nostra cultura.

Il piccolo trionfo a cui ci si riferisce nella prima parte di questo articolo – ovvero il crescente riconoscimento dell’importanza della musica popolare, e a volte di quella primitiva, nei dischi – è un buon passo nella giusta direzione. Ma è solo un primo passo. Ci rimane ancora da imparare come possiamo mettere la nostra magnifica tecnologia della comunicazione di massa al servizio di ciascuno e di tutti i rami della famiglia umana. Se continua a essere puntata solo in una direzione – cioè dalla nostra semi-alfabetizzata società urbana occidentale verso i miliardi di persone “sottosviluppate” che ancora parlano e cantano nei loro molteplici linguaggi speciali e nei loro dialetti, gli effetti alla fine potranno solamente essere un catastrofico disastro culturale per tutti noi.

Alan Lomax

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Re: Saga of a Folksong Hunter

Messaggioda Damiano » 3 aprile 2009, 11:33

Minchia se aveva ragione!


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